Soldi all’Italia dei valori, il giudice smentisce Di Pietro

Nella causa tra l’ex pm e i vecchi alleati sulla divisione dei fondi
elettorali, il tribunale fissa un punto: "Partito e associazione sono
cose diverse"

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Roma - La differenza c’è, e si vede. Ieri a piazzale Clodio, nel Tribunale di Roma, si è celebrata una nuova udienza del processo che vede da un lato il «Cantiere», movimento politico di Achille Occhetto, Elio Veltri e Giulietto Chiesa, e dall’altro l’Idv. Oggetto del contendere, come noto, i rimborsi elettorali per le europee del 2004 a cui Occhetto&Co parteciparono insieme a Di Pietro, senza però ricevere la loro parte di finanziamento. In questo procedimento civile, il 15 luglio dell’anno scorso, il giudice Francesco Oddi aveva stabilito che l’associazione «di famiglia» Italia dei Valori, quella formata da Di Pietro, Susanna Mazzoleni e Silvana Mura, era cosa diversa dal partito Idv. Il partito, quello che dovrebbe aver titolo a incassare i rimborsi elettorali, in aula non c’è mai andato, sentenzia Oddi. Che infatti ne afferma la contumacia con un’ordinanza, in quell’udienza estiva.

Mica un dettaglio di poco conto. Sancire che Associazione Idv e Movimento Idv sono soggetti separati è qualcosa che smentisce quanto affermato a più riprese da Antonio Di Pietro. Che anche nella sua prima lettera a Libero aveva ricordato che Associazione ristretta e movimento-partito «sono la stessa cosa». Tanto che ieri i legali dell’associazione di Di Pietro, Mazzoleni e Mura hanno insistito perché il giudice ritirasse quell’ordinanza. Hanno battagliato in aula. Invano. Oddi alla fine l’ha confermata integralmente, riaffermando definitivamente che il movimento Idv è contumace. E dunque è assodato che il partito è una cosa diversa, separata dall’associazione Idv. D’altra parte, se non fosse stato così, se non ci fossero state zone d’ombra nella gestione personalistica delle finanze del partito, in quei soldi pubblici incassati dall’associazione familiare e non dal movimento, perché mai Di Pietro avrebbe annunciato con tanto clamore dalle colonne di Libero che aveva cambiato statuto, all’inizio di quest’anno? Di certo, ieri al tribunale civile di Roma queste annunciate novità non sono emerse. Lo sbandierato nuovo statuto, frutto dell’atto notarile con cui Di Pietro dice di averlo fatto suggellare a Bergamo, è rimasto fuori dal processo.

Ma il nuovo assetto dell’Idv non doveva sanare anche la gestione «pregressa» dei rimborsi, come aveva detto Di Pietro esplicitamente nella sua replica a Vittorio Feltri? Se così fosse, magari il documento sarebbe stato un elemento di novità interessante da allegare agli atti del procedimento. Invece non è stato nemmeno tirato fuori l’argomento. E non è tutto. Resta ancora incerto il contenuto dell’atto che ha modificato lo statuto. E, ancora, non si sa con chi, e a che titolo, il leader dell’Idv si sia recato dal notaio di Bergamo. Perché quella realtà «duplice» sancita ancora ieri dal giudice romano non può non aver effetto su quanto messo nero su bianco nell’atto. Ossia, se dal notaio c’è andata l’associazione, qualsiasi cosa sia stata decisa in quella sede, di certo non può «impegnare» il movimento-partito Idv, che è appunto un’altra cosa, un diverso soggetto giuridico.

Sarebbe diverso se invece dal notaio quel giorno di gennaio insieme a Di Pietro ci fosse stato qualcuno investito del potere di rappresentanza legale del partito. Ma se è così come mai l’ex pm non lo dice? Come è stato già fatto notare da uno dei legali del «Cantiere», Francesco Paola, l’atto notarile non è ancora stato reso pubblico. Eppure la chiave per essere certi che il varo del nuovo statuto non sia una mera operazione di facciata è tutta in quel documento.