«Soldi alle scuole che rispolverano il grembiule»

Quasi invisibili per nove mesi all’anno nelle loro uniformi dietro banconi e vassoi, le «scodellatrici» di Milano e provincia hanno deciso di scendere in piazza. Le inservienti alle mense delle scuole materne, elementari e medie hanno manifestato ieri per rivendicare «i propri diritti». E, a sentire i sindacati - Filcams Cgil, Cisl Fisascat e Uil Tucs - che le hanno portate sotto la prefettura prima, e a palazzo Isimbardi e palazzo Marino dopo - i milanesi dovrebbero ringraziare, «perché sfilando di questi tempi ci auguriamo che con l’avvio del prossimo anno scolastico i problemi si risolvano, altrimenti dovremo ricorrere a forme di lotta più dure, con i disagi che i cittadini possono immaginare».
Sono tremila le addette ai servizi alimentari negli istituti di Milano e hinterland, una cinquantina quelle che, finito il turno, hanno scritto striscioni, rimediato fischietti e si sono messe in marcia partendo dal presidio di corso Monforte, direzione piazza Scala. Tutte donne, età media 35-40 anni - significativa la componente straniera - impiegate attraverso cooperative d’appalto (principalmente «Milano Ristorazione», e altre). E proprio qui sta la questione: «Le società che ci danno lavoro non sempre sono serie. Ma è il sistema stesso che spinge le retribuzioni al ribasso», spiegano le più agguerrite. «Serviamo i pasti dalle due e mezza alle quattro ore al giorno. La maggior parte di noi viene da fuori città, così per raggiungere le scuole va via fino al 70 per cento dell’orario di lavoro. Tutto questo per paghe mensili che vanno da 300 a 500 euro, e a volte non ci è concesso di lavorare nemmeno le ore previste da contratto, non parliamo degli straordinari». E così chi riempie i piatti ai bimbi «fa la fame». La lista delle lamentele riguarda anche i contributi. «Come si fa se, a differenza del resto del personale scolastico, la nostra opera è prevista soltanto nove mesi su dodici? Significa che per maturare quattro anni di diritto alla pensione si deve lavorare per cinque». Delicata, inoltre, la condizione denunciata dalle straniere: «Con un reddito così basso è difficile ottenere la tranquillità di un permesso di soggiorno rinnovabile. E, per tutte, diventa impossibile usufruire di detrazioni fiscali su mutui o spese sanitarie», aggiungono la associazioni di categoria. La prima richiesta concreta è un sussidio per il periodo di inattività.
Come primo riscontro, le scodellatrici ribelli hanno ottenuto garanzie sia dal prefetto Lombardi, che girerà le priorità al governo (le modifiche alla legge attuale sono di competenza nazionale), sia dagli assessori provinciali Bruno Casati e Giansandro Barzaghi. Impegno condiviso dall’assessore comunale al Lavoro Andrea Mascaretti.