Soldi dall’Irak per le rivolte dei clandestini

Nel Golfo i servizi segreti hanno raccolto informazioni sui flussi finanziari diretti a noti personaggi legati alla sinistra antagonista

Claudia Passa

da Roma

Guerriglia, terrorismo, immigrazione clandestina: un triangolo finanziario ben oleato per alimentare direttamente dall’Irak, e più precisamente dai fedelissimi del deposto regime, la campagna italiana contro i «Centri di permanenza temporanea» sul quale si soffermano con dovizia di particolari alcune relazioni informative dei servizi segreti.
Alla luce delle nuove indicazioni di intelligence potrebbe, dunque, essere riletta sotto una luce diversa l’ostinazione del ministro Pisanu (che ha lavorato con impegno per un pacchetto-sicurezza il più possibile condiviso da maggioranza e opposizione) nel non arretrare di un millimetro rispetto alla levata di scudi di alcune forze politiche della sinistra proprio in riferimento ai centri di permanenza temporanea. Non a caso, il sempre conciliante responsabile del Viminale, si era detto disposto a discutere di tutto tranne che di «quelle strutture indispensabili Cpt all’azione di contrasto dell’immigrazione clandestina» che il governo intende al contrario «potenziare, diffondere e migliorare».
Quando solo qualche giorno prima Pisanu, illustrando in Senato la situazione complessiva sulle problematiche legate all’immigrazione clandestina, aveva fatto espresso riferimento ai Cpt e alla «furibonda campagna politica, condotta da associazioni e gruppi diversi, italiani e stranieri», alcuni osservatori si erano chiesti a chi il ministro si riferisse. Molto probabilmente era stato informato sugli ultimi dati raccolti dall’intelligence occidentale, e in particolare dai servizi segreti italiani, a proposito della «sponsorizzazione economica» che sarebbe stata alla base del fermento di alcune entità (dai no global agli anarchici) contro i centri di prima accoglienza per gli extracomunitari sbarcati nel nostro Paese. Dietro tale agitazione, secondo una recente informativa, vi sarebbero i fantasmi del partito Baath iracheno. I «reduci» della formazione politica di Saddam Hussein, esclusa dalla ricostruzione del Paese e dal governo ad interim costituito dopo la caduta del Raìs, attraverso una complicata distribuzione di società avrebbero infatti attivato canali finanziari per foraggiare economicamente la campagna di disturbo portata avanti nel nostro Paese dai gruppi dell’estrema sinistra contro le politiche dell’immigrazione del governo.
La traccia su cui lavora in queste ore l’intelligence partirebbe sia da segnalazioni raccolte in loco dalle «antenne» dei servizi occidentali, sia dalla ricostruzione di flussi di denaro che dall’Irak sarebbero transitati nella disponibilità di personaggi già noti ai servizi italiani per essere organicamente legati alla galassia antagonista della sinistra extraparlamentare. Non è da escludersi - ma questa è allo stato una mera ipotesi investigativa - che i collegamenti fra alcuni dei destinatari degli oboli in Italia e i gruppi della guerriglia possano essersi intensificati a seguito dei sequestri dei nostri concittadini in Irak e di taluni «interessamenti» sui quali negli ambienti investigativi permangono ombre ancora da dissipare.
L’indicazione soldi-campagna contro i Cpt viene valutata con estrema attenzione dagli analisti dei servizi segreti e dell’antiterrorismo. Non solo per il controllo esclusivo che sul partito Baath hanno sempre esercitato quegli stessi sunniti che oggi tirano le fila della guerriglia irachena e hanno insanguinato le prime elezioni democratiche nell’ex feudo di Saddam. Ma anche alla luce dell’alleanza tattica e strategica che nella scorsa primavera i gruppi armati laico-nazionalisti della formazione politica del Raìs avrebbero stretto col giordano Abu Musab al-Zarqawi, fidato colonnello di Al Qaida e luogotenente di Osama in Irak.
E proprio a questi collegamenti, specifica un’altra nota dell’intelligence, si è fatto riferimento in occasione del recente arresto di Ibrahim Sabati, nipote di Saddam Hussein ed ex capo dei servizi segreti del regime iracheno, accusato di finanziare la rete terroristica che insaguina non solo Bagdad e dintorni giust’appunto mediante «enormi quantità di denaro di cui disponeva per averle ereditate dalle casse del disciolto partito Baath».