Soldi della ’ndrangheta «ripuliti» a Milano: 37 mafiosi in manette

Enrico Lagattolla

Attività edili, locali alla moda, traffico di stupefacenti e di armi. «Approcci» al mondo della politica e della magistratura. Trentasette persone, ieri, sono state arrestate dalle squadre mobili di Milano e Lecco e dal Gico della Guardia di finanza, a conclusione di una vasta operazione condotta contro un’organizzazione di stampo mafioso che dalla Calabria aveva messo gli occhi, e le mani, su Milano e la Lombardia. Piazze che la ’ndrangheta considerava strategiche per rilanciare la propria egemonia criminale.
Sono 42 le ordinanze di custodia cautelare firmata dal gip Paolo Ielo, su richiesta del pm Galileo Proietto. Oltre seicento pagine per ciascun provvedimento, in cui sono contestati reati di mafia (per fatti fino al 1993) e associazione per delinquere semplice, oltre a - tra gli altri - traffico di stupefacenti, porto abusivo di armi (anche da guerra), furto d’auto, incendio e rapina. Tutti affiliati al potente clan della famiglia Trovato, esponenti di spicco del crimine organizzato con enormi interessi economici in Lombardia, in particolare a Milano e Lecco. «Soggetti - li definiscono gli inquirenti - che, dopo aver raccolto l'eredità mafiosa degli elementi di spicco colpiti dall’offensiva giudiziaria dei primi anni Novanta, grazie a recenti iniziative imprenditoriali sono riusciti a guadagnarsi un’inaspettata rispettabilità».
In manette finiscono anche Federico Pettinato, proprietario di una villa da diversi milioni di euro, e accusato di aver reimpiegato nella sua fiorente attività edile svolta in tutta la Lombardia i proventi delle attività illecite, e Vincenzo Falzetta, detto «banana», imprenditore milanese, gestore di locali alla moda come il «Café Solaire», il «Madison» e la pizzeria «Bio Solaire». Esercizi commerciali che avrebbero favorito il riciclaggio del denaro proveniente dalle operazioni criminali, e nei quali si sarebbero consumati anche episodi di spaccio. E proprio per mantenere viva questa importante copertura, emissari del clan avrebbero tentato un «approccio» con alcuni esponenti politici della Provincia di Milano, per ottenere agevolazione nel rinnovo delle licenze relative ai locali. Senza però ottenere risposta. Non solo, perché stando alle dichiarazioni di un pentito ascoltato dagli inquirenti nel corso delle indagini, il clan tentò anche di avvicinare un giudice milanese per condizionare un processo a carico di un affiliato della cosca. In questo caso, però, non sono emersi elementi utili ad avvalorare la tesi investigativa.
L’inchiesta, tuttavia, è riuscita a fare luce sull’omicidio dell’ex pugile Francesco Durante, avvenuto a Milano nel maggio del 2000. Il killer sarebbe proprio Giacomo Trovato, gestore di un ristorante di Lecco e nipote di quel Franco Trovato che dal carcere di Ascoli Piceno, dove si trova recluso in regime carcerario duro, continuava a tirare le fila dell’organizzazione.