Soldi pubblici ai soliti film E gli sprechi continuano

Con l’attenzione tutta concentrata sui decreti «salva» e «cresci» Italia, alcuni ministri sono rimasti nell’ombra. Tra questi, il ministro della cultura. Gli ambiti sui quali intervenire in realtà non mancano. Sicuramente la normativa riguardante l’attività cinematografica necessita di cambiamenti. In parlamento riposano diverse proposte di legge, alcune da ridestare, altre da accompagnare silenziosamente verso il termine della legislatura. Nella sua audizione svolta di recente presso la commissione cultura del Senato, il ministro Ornaghi ha menzionato una proposta di legge sul cinema presentata a suo tempo, correva l’anno 2010, da Sandro Bondi, predecessore di Ornaghi alla guida del MiBAC. In questo frangente, si tratta per l’appunto di uno di quei testi che andrebbero recuperati. L’attuale ministro ha manifestato «l’esigenza di salvaguardare alcune idee guida poste alla base di quella proposta (…) quali la preferenza per i contributi destinati ai giovani autori per opere prime e seconde e per i cortometraggi, piuttosto che in favore degli autori già affermati sul mercato, e la necessità di superare taluni automatismi e rigidità eccessivi nell’attribuzione dei riconoscimenti di qualità, che caratterizzano negativamente l’attuale assetto normativo».
Soprattutto in tempi di vacche magre occorre chiedersi come utilizzare al meglio le poche risorse a disposizione. E tra i diversi punti toccati da tale proposta di riforma della «legge cinema» vi è il tema della selettività degli interventi a sostegno della cinematografia nazionale. Se andiamo a vedere chi ha beneficiato degli ultimi contributi erogati in data 22 dicembre 2011, si trovano proprio alcuni nomi di «autori già affermati sul mercato»: Marco Tullio Giordana (contributo di 800 mila euro), Roberto Faenza (contributo di 600 mila euro) e Marco Risi (contributo di 700 mila euro). Quindi, se la domanda è, «da dove comincio a togliere i finanziamenti?», la risposta non può che essere «da qui». In linea di principio è alquanto evidente come un regista alla opera prima o seconda avrà maggiori difficoltà, rispetto ai nomi blasonati, a finanziarsi «sul mercato».
Nonostante la «legge cinema» del 2004 (in vigore) abbia consentito di fare passi in avanti nell’evitare sprechi di denaro, attraverso un sistema di valutazione più articolato e la riduzione della percentuale di finanziamento pubblico dei film, molte criticità sono rimaste. Un «peccato», che nelle intenzioni di Urbani doveva invece essere premiante verso quei film che ottenevano il favore del pubblico, è ad esempio da riscontrarsi sotto la voce «contributi sugli incassi». Di fondo però, vi è l’eterna questione della possibilità o meno di misurare il valore culturale di un’opera. Perché quando si parla di «qualità» o di «interesse culturale» vi è la necessità che un gruppo di persone (in questo caso, le apposite commissioni giudicanti) valutino, mediante l’uso di indicatori, il valore di un progetto culturale. Il nuovo film di Fausto Brizzi potrebbe essere considerato di «interesse culturale» (sempre stando alla delibera del 22 dicembre scorso). Tale decisione non suscita il clamore generato dalla stessa scelta compiuta tempo fa a favore del Cinepanettone di turno, però i dubbi sulla necessità di un sistema che produce tali esiti sono forti.
La proposta dell’allora ministro Bondi, con la sua dichiarata finalità di abolire il finanziamento delle opere di «interesse culturale», lasciando in essere solamente quello per opere prime e seconde, documentari e cortometraggi, andrebbe a incidere in parte anche sul problema delle commissioni giudicanti. Infatti, il testo prevede una semplificazione di questo organo, con la abolizione delle varie sezioni e sottocommissioni. Inoltre, la medesima proposta stabilisce tutta una serie di modifiche volte a risparmiare, come la revisione dei contributi dati alla promozione dell’attività cinematografica e altro ancora. Si tratterebbe di miglioramenti, che andrebbero nella direzione di una razionalizzazione delle (scarse) risorse. Ma, volendo, si potrebbe anche trattare di un punto di partenza, di un primo stadio verso un ripensamento delle logiche attraverso le quali lo Stato finanzia lo spettacolo in generale. L’obiettivo finale potrebbe infatti essere il Fondo unico per lo spettacolo (Fus), strumento inefficiente che ogni anno eroga quattrini a tutto il settore: dal cinema alla musica, dal teatro al circo. Non ci può essere una ottimizzazione delle spese se non si arriva a toccare anche lo strumento che a cascata riversa contributi su film e spettacolo dal vivo. L’alternativa dell’aumento delle accise sui carburanti per finanziare il cinema la stiamo già sperimentando.