Soldini: «È merito del pubblico la rinascita del nostro cinema»

da Locarno

«Strano paese, il nostro: quando ho girato Pane e tulipani, tutti lì a dirmi che il mio film era talmente bello che non sembrava italiano. E adesso, di colpo, si svegliano con la rinascita del nostro cinema. Ma, insomma, non sarebbe meglio mettersi d’accordo?», nota Silvio Soldini, il regista nato a Milano nel 1958, ma originario del Canton Ticino. Dove, infatti, si trova a suo agio, invitato com’è, lui timido e amante delle atmosfere raccolte, al 61esimo Festival di Locarno (quest’anno quasi per metà tricolore, quanto a presenze) con l’anteprima internazionale del suo toccante documentario Quattro giorni con Vivian, 42 minuti di puro spirito su schermo. Grazie ai quali scopriamo come vive una poetessa contemporanea, Vivian Lamarque (Ornella Vanoni ne ha cantato sei liriche), ritratta nelle sue diverse case meneghine, tutte arruffate con grazia, come lei, tra pupazzetti del presepe e pile di libri, particolarmente di Giorgio Caproni. E mentre la cinepresa accarezza gli oggetti, mentre indugia sui primi piani d’un viso addolcito dagli strazi di dentro, impossibile non pensare a quanto sia raro, Soldini, nel nostro panorama. Col tempo, quest’autore colto e raffinato, di certo tra i più significativi degli ultimi dieci anni, anche per una certa vocazione documentaristica, negletta nell’Italia amante della facilità rutilante, si è come prosciugato dall’interno del suo fisico esile, diventando magrissimo e intimamente febbrile. Non a caso, s’intitolava Brucio nel vento (2002) uno dei suoi lavori recenti e più amati. Quanto a Giorni e nuvole, che l’anno scorso lo rimise al centro della scena, con quella storia intensa di cinquantenni alla deriva, dopo la perdita d’ogni certezza sociale, a partire dal posto fisso, il titolo è la quintessenza del Soldini-pensiero: aria e concretezza, ferialità e sogno.
Caro Silvio Soldini, dopo i trionfi di Cannes, il cinema italiano è sugli scudi: lei che cosa ne pensa?
«Ho sempre pensato bene del cinema italiano. La cui ripresa è dovuta, soprattutto, al fatto che è cambiato il pubblico. E vuole storie vere, di tutti i giorni. Magari, i produttori non si sono ancora adeguati a tale tendenza recente. Ma la gente sa quali film premiare e adesso tocca ai prodotti nostrani, più autentici, più dentro alle cose».
Il film italiano che più le è piaciuto, di recente?
«Ho amato molto Anche libero va bene di Kim Rossi Stuart: è un regista che sa raccontare».
Veniamo al suo documentario, come le è venuta l’idea di un documentario sulla poetessa Vivian Lamarque?
«Ho sempre amato la poesia, a partire dalla Szymborska, che leggo da anni. Poi, poco tempo dopo aver letto e apprezzato certi versi di Vivian, che sento affine per la sua complessa semplicità, Giovanni Bonoldi mi ha proposto di dar vita a un documentario su di lei. È stata una coincidenza felice».
Legge per lo più poetesse: che cosa l’attrae, nell’universo poetico femminile?
«È la prima volta che ci penso, ma è vero: le poesie scritte da mano di donna mi attraggono. Credo sia per un certo sentire vibrante, ma intenso e concreto. Con Vivian ho passato in rassegna tutte le sue case, perché lei ogni tanto trasloca. All’inizio, avevo paura».
Di che cosa aveva paura?
«Di risultare noioso. In genere, i documentari sui poeti li ritraggono sullo sfondo delle loro librerie, mentre declamano versi. Non volevo essere pesante, preferivo raccontare, senza bellurie».
Sta scrivendo il suo prossimo film: in che cosa consiste?
«Stavolta voglio raccontare due trenta-trentacinquenni, un lui e una lei. Fanno gli impiegati e vivono una forte passione, che li porterà a confrontarsi su vari piani esistenziali. Il che avverrà ora in modo passionale, ora conflittuale. Penso di ambientare la storia in una città del nord, con una luce lattiginosa e romantico-anonima, perfetta per inquadrare un valzer di sentimenti, all’interno di una giovane coppia moderna».