Il Sole-24 Ore smonta la tesi dell’Italia «povera e in declino»

Il quotidiano di Confindustria, in prima pagina, contesta «i falsi miti» fatti propri dal centrosinistra. «Parlare di proletarizzazione incalzante è un’assurdità»

Felice Manti

da Milano

«Parlare di impoverimento del ceto medio è fuorviante». A dirlo non sono Silvio Berlusconi e il centrodestra, ma un autorevole economista. Roberto Perotti, editorialista del Sole-24 Ore e di Lavoce.info e docente alla Bocconi dopo 10 anni di esperienza alla Columbia University di New York, dalla prima pagina di ieri del quotidiano di Confindustria ha smontato, dati alla mano, i «falsi miti sulla povertà in Italia», creati, secondo l’articolo del Sole, da centri di ricerca e inchieste giornalistiche e ripresi a gran voce dal centrosinistra in campagna elettorale.
Parlare di «incalzante proletarizzazione» e di uno «spettro della povertà che si allarga» come fa l’Eurispes nel suo Rapporto sull’Italia del 2004 è «un’assurdità», ha commentato Perotti sulla prima pagina del Sole. La povertà «è un problema reale e drammatico, ma così non si contribuisce certo a risolverlo».
Un’altra delle tesi cancellate a colpi di cifre da Perotti è l’impoverimento del ceto medio, riportata nel libro di Massimo Gaggi (giornalista del Corriere della Sera) ed Edoardo Narduzzi, La fine del ceto medio. Uno dei temi che in campagna elettorale il centrosinistra sta agitando come spauracchio verso gli elettori indecisi, in pratica non esiste. «Qualsiasi definizione si voglia utilizzare di ceto medio - scrive Perotti - i dati ci dicono che il suo reddito reale (cioè al netto dell’inflazione) è aumentato negli ultimi anni». Quanto all’inflazione, aggiunge Perotti, dire che il costo della vita sia aumentato del 30% in due anni, e che il benessere sia sceso nella stessa misura è «fuorviante». Se fosse vero, sottolinea Perotti, «la caduta sarebbe stata il doppio di quella dell’Argentina nel 2001 e superiore a quella della grande depressione americana!».
Insomma, altro che rischio Sudamerica per l’Italia. «Il nostro reddito medio è pari a 4 volte quello dell’America latina e 46 volte quello indiano». La povertà relativa, cioè la percentuale di famiglie che hanno un reddito inferiore alla media nazionale, «è aumentata nella recessione del 1992-93, e da allora è rimasta stabile».
Per misurare l’impoverimento, secondo l’editorialista del Sole, «è più rilevante la povertà assoluta, cioè di quelle famiglie che non possono permettersi un dato paniere di beni, costante nel tempo». E qui, cifre alla mano, il dato «è in calo dal 1993». Come sempre, «alcune categorie di persone possono aver subìto una riduzione del proprio tenore di vita in alcune città» ma da qui a parlare di povertà crescente ce ne corre. E Perotti se la prende proprio con il programma dell’Unione: «Quando si scrive che in questi anni si è realizzato un drammatico impoverimento del potere d’acquisto dei redditi medio-bassi si fa un’affermazione discutibile». E quell’aggettivo «drammatico», tanto caro all’opposizione, è «infondato».
Ma l’analisi di Perotti non si ferma qui. Non è vero che le retribuzioni dei lavoratori sono diminuite, anzi. Negli ultimi dieci anni è cresciuta, più della «produttività del lavoro». Il che spiega, sostiene il docente universitario, perché le imprese italiane «hanno perso competitività».
L’ultimo affondo Perotti l’ha dedicato alla definizione di «Italia, Paese delle rendite». Questa posizione, dice Perotti, contiene due errori: «Intanto, negli ultimi dieci anni la quota di reddito da lavoro dipendente è salita, dopo essere sempre scesa negli anni Novanta». E poi, non è detto che tutti i redditi diversi dal lavoro siano «rendite» e tutte «cattive».
Come uscirne? Qui Perotti rimprovera a entrambe le coalizioni di utilizzare ricette inadatte. «L’aumento delle pensioni sociali, come dice la Casa delle libertà, è uno strumento costosissimo e notoriamente rozzo per combattere la povertà». Non è più lunsighiero il giudizio sul programma dell’Unione: «Il reddito minimo di inserimento è un’idea apprezzabile, se ben attuata». Ma la sperimentazione del governo di centrosinistra del 2000 è stata «un fallimento».
Per un modello Welfare state, conclude Perotti, serve solo una «robusta riduzione della spesa per le pensioni e per il personale pubblico». Per farlo ci vogliono «persone con competenze specifiche, non certo chi non accetta, o non comprende, l’economia di mercato».