Solenghi fiero Petruccio nella «Bisbetica domata»

Al Teatro Romano di Verona un’eccellente messa in scena della commedia scespiriana con la regia di Matteo Tarasco

Enrico Groppali

da Verona

Non so se Matteo Tarasco, regista di questa nuova edizione della Bisbetica domata conosca a menadito certi rutilanti musical hollywoodiani, in primis il famoso Mago di Oz di Victor Fleming, e soprattutto se abbia tenuto presente,nella gran sarabanda dei colori e dei suoni, degli spiritati andirivieni e delle aeree piroette cui sottopone i suoi attori, le farse slapstick di Chaplin come i funambolismi di Barrault negli Enfants du Paradis. Fatto sta che la sua versione della Bisbetica, senza smarrirsi nella selva equivoca delle citazioni e degli imprestiti, tiene presente questo ed altro calando il triplo gioco di Shakespeare (che, nella Bisbetica, si diverte ad alternare alla vicenda di Sly, le bizze di Caterina e gli scambi di persona tra servi e padroni) nel clima rarefatto di un Barnum delle illusioni.
Fin dall’inizio, la chiave di lettura è dichiarata: davanti a un fondalino da teatro di piazza che raffigura un nuvolone temporalesco, si agitano, si nascondono, appaiono e scompaiono a vista non gli attori ma i bellissimi costumi di fantasia di Andrea Viotti. È un impressionante défilé di rombi e di esagoni, di semi di carte da gioco e di rimandi ai tarocchi viscontei, di cappelli che sembrano tricorni ma che, rovesciati, si tramutano in spaiati cilindri quello che siamo invitati a decifrare. Naturalmente dopo che Sly, il calderaio senza fissa dimora caduto nelle panie di un sonno che ricorda quello di Sigismondo nella Vita è sogno, al risveglio viene introdotto nella gran mistificazione ordita ai suoi danni da un gruppo di comici erranti. Che gli fan credere di essere un nobile, rovinato sì ma in grado di risollevare lo sconcio status delle sue finanze, grazie al matrimonio d’interesse con un’isterica donzella che è la disperazione di suo padre Battista, distinto e stimato possidente di Padova. Sbalzato di colpo dall’universo miserabile del clochard che trascorre la vita sotto i ponti alla dignità di gentiluomo, il Petruccio di Tullio Solenghi che abbiamo appena visto vagare tra il pubblico tra lazzi e capriole coperto di cenci come una fattucchiera di malaffare, non ha più dubbi sulla sua nuova identità. E si aggira, alternando lo stupore alla fierezza, nelle vie di una città teatrale dove, come nei sogni, tutto è lecito e illecito insieme. Dal deus ex machina sentenzioso e saccente di Luca Fagioli, che sembra sbucato dalle viscere della terra, fino al Gremio metafisico e autoritario di Giancarlo Condé riccamente abbigliato come un cortigiano del Carpaccio.
Dopo essere passato indenne attraverso le trappole e le incongruenze di un sogno ormai assurto per lui a indiscussa realtà, ecco Petruccio d’improvviso tramutarsi nel più spietato degli arrampicatori sociali. Modulando da virtuoso su toni insinuanti e lugubri sottotoni da clown nero, Solenghi ci offre con una punta di sadismo il ritratto di un Petruccio se possibile più bisbetico della povera Caterina. Diventata come tutta la compagnia volutamente maschile in omaggio alla consuetudine elisabettiana un ragazzo dai cortissimi ricci neri che, vestito da sposa, volteggia su di lui appeso a un lunghissimo filo. Che subito si spezzerà non appena la misera Bisbetica dell’eccellente Francesco Bonomo, ironico ed aspro come si conviene, subirà le sevizie dello sposo che, alla fine della burla, verrà atrocemente svilito dall’impertinente Lucenzio di Gianluca Musiu e dall’Ortensio luciferino e cupo di un comico di razza come Marco Cavicchioli.

LA BISBETICA DOMATA - di William Shakespeare. Regia di Matteo Tarasco, con Tullio Solenghi. Verona, Teatro Romano, fino a oggi. Poi martedì a Trieste, venerdì e sabato a Segesta.