Solenghi è l’inedito «Figaro» sulla scia di De Sica e Lionello

È un Figaro proletario e allo stesso tempo architetto di mille trame quello di cui veste i panni Tullio Solenghi ne Le nozze di Figaro, l'irriverente commedia di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais che approda al Teatro Carcano dopo una fortunata tournée iniziata a marzo. Sullo sfondo c'è un mondo che crolla, con la Rivoluzione francese di là da venire: la pièce è stata infatti scritta nel 1778 come seguito de Il barbiere di Siviglia, e narra le vicende coniugali del Conte e di sua moglie Rosina, che si intrecciano con quelle della cameriera Susanna, promessa sposa a Figaro, fra intrighi e inganni. La satira sociale è l'ingrediente principale, tanto che re Luigi XVI ne vietò la rappresentazione per tre anni, tacciandola di immoralità. Ma il fronte pro-Figaro, capeggiato da Maria Antonietta, ebbe la meglio e la commedia debuttò nel 1783. Ed è Solenghi stesso a parlare di questo spettacolo.
Che cosa l'ha attirata di quest'opera e del suo protagonista?
«Innanzitutto il fatto che Beaumarchais ha usato l'arma dell'ironia per parlare di problemi concreti, raggiungendo l'obiettivo meglio che se avesse deciso di trattare le questioni in modo serio. Attraverso Figaro, infatti, tocca una serie di nervi scoperti della società francese di quel periodo, e il linguaggio schietto di questo personaggio mi è subito piaciuto. Nella mia interpretazione ho solo cercato di accentuare le sue caratteristiche, perché il testo ne dà già una descrizione eloquente».
Si parla di satira sociale: c'è qualche riferimento all'attualità?
«No, la rappresentazione è fedele al testo dell'autore, ma questo non vieta di interpretare gli echi che arrivano dal passato e magari di trarne delle lezioni per il presente».
Lei, insieme al regista Matteo Tarasco, ha curato l'adattamento di quest'opera. Come avete proceduto?
«La priorità era quella di ridurne la durata, perché la rappresentazione originale dura circa tre ore e mezza, e io, in generale, credo che uno spettacolo non debba andare oltre le due ore, perché mi piace lasciare il pubblico con ancora la voglia di vedere. Così abbiamo tagliato delle scene, senza però intaccare le parti fondamentali».
Come mai questo testo è stato poco rappresentato in Italia?
«A dire la verità il motivo resta un mistero anche per me, perché la commedia è divertente e intelligente, e, fra l'altro, si ricordano due importanti messe in scena: quella con Vittorio De Sica intorno agli anni Quaranta e quella con Alberto Lionello degli anni '70»
Questa commedia la vede a fianco di un «team» già consolidato ne La bisbetica domata, in cui lei interpreta Petrucchio.
«È vero: non che io scelga lo spettacolo in base alla compagnia teatrale, ma con la compagnia Lavia Anagni c'è sintonia anche perché ragiona come un teatro pubblico, prestando molta attenzione alla qualità. Il gradimento del pubblico infatti non è mai mancato nei teatri in cui siamo stati finora».
Le nozze di Figaro
Teatro Carcano, da oggi
al 18 novembre
biglietti: da 32 a 25 euro