Solenghi: recito Shakespeare come se fosse «Hellzapoppin’»

Da domani all’Eliseo di Roma l’attore genovese sarà un Petruccio umoristico nella «Bisbetica domata»

Enrico Groppali

da Roma

Solenghi, nel camerino dell’Eliseo, è solingo ma felice. «Ho ritrovato l’entusiasmo facendo teatro» confida. «Tanto è vero che, dalla stagione prossima, voglio affrontare uno di quei protagonisti di palcoscenico che fan tremare i polsi, Tartufo, con la stessa compagine che lavora accanto a me nella Bisbetica domata, con cui debutto domani a Roma, compreso il regista Matteo Tarasco, un giovane che possiede la qualità essenziale che tanto spesso manca alle nuove generazioni: la capacità di ridere prima del mondo e poi del proprio ego».
È difficile intervistare un attore come lei... tanto poliedrico da risultare inclassificabile: agli esordi interprete dei classici più noti del repertorio su un palcoscenico prestigioso come quello di Genova, e poi...
«... e poi cabarettista, anima dannata di un trio messo su con due amici carissimi quasi per scommessa, entertainer televisivo eccetera eccetera. Ma non si spaventi, ho altre frecce al mio arco! Tanto che, nonostante la verde età si allontani, della cronologia non me ne importa un fico secco. E non per presunzione. Perché quando, la sera, mi chiudo in camerino per prepararmi allo spettacolo mi chiedo: “Stasera fai Shakespeare, non è vero Tullio?” e sa cosa mi rispondo?».
Se non me lo dice lei...
«“Certo che lo fai”, mi dico. “Ma ricordati bene che il Bardo da te esige ben altro. Petruccio, a differenza di Otello, è un comico nato e padre Will da te vuole una cosa sola...”».
Quale?
«Che ti precipiti sul copione come da un vagone delle montagne russe durante una recita di Hellzapoppin’».
Ma Hellzapoppin’ era o non era il titolo del famoso varietà radiofonico con cui esordì il trio?
«Se lo ricorda ancora? Complimenti».
Passiamo ad altro, vuole? Vorrei proprio sapere come mai il Solenghi degli inizi, dopo sette anni di Brecht e di Cechov, a un certo punto cambiò bandiera. Cosa accadde nel suo cervello? «La spinta, involontariamente, me la diede Alberto Lionello. Nei Due gemelli veneziani lui era il protagonista ed io, nei panni di un servo muto, gli davo la replica con smorfie, gag e altissimo divaricar di sopraccigli. A Londra un critico cantò le lodi della troupe italiana. Meravigliosa, a suo dire, per il suo cast perfetto dal primo attore all’ultimo figurante, quello che si esprimeva a gesti in quanto privo della parola. Lionello me la fece leggere, ed io pensai “È giunta l’ora di fare cabaret”».
E dove andò?
«Da Genova emigrai a Milano dove, in una saletta minuscola che non esiste più, Il Refettorio, chiamata così perché era quanto restava di un convento, divisi salomonicamente lo spettacolo in due: un primo tempo dove c’ero io, e una seconda parte dove c’era un altro genovese, ma più ricciuto di me, di nome Beppe Grillo».
Nel trio, per fortuna, non c'erano così drastiche divisioni di campo...
«Eravamo dei pazzi. Incoscienti ma felici. Al punto che una volta, per un solo spettacolo, sperperammo la bella cifra di settecentocinquanta milioni di lire».
Come mai?
«E chi lo sa? Pensi che nel programma c’era un’affettuosa caricatura del Giardino dei ciliegi, la famosa regia di Strehler e noi tutti, per fedeltà alla concezione del maestro, volemmo a tutti i costi il suo scenografo Luciano Damiani, esigemmo lo stesso velo calato, dall’inizio alla fine, davanti alla ribalta e in scena mettemmo persino il trenino del secondo atto...».
Una follia.
«Strehler, da via Rovello, ci deplorò per la schizofrenia ma ci concesse tutto il materiale. Salvo riprendersi l’anno dopo il trenino».
Chissà perché.
«Non mi faccia dire che la nostra satira aveva messo in crisi uno degli spettacoli più alti del teatro italiano. Chi le dice che il gran Giorgio non volesse semplicemente giocare, in camerino, con locomotive e rotaie?».
Sia sincero: non ne ha nostalgia?
«Le risponderò come Simone Signoret: “La nostalgia non abita più qui”».