La solidarietà nel dna dei milanesi

Quando si dice - e accade fin troppo spesso - che Milano è cambiata, che i milanesi non sono più quelli di una volta, si dice una banalità non verificabile del tipo «non ci sono più le mezze stagioni». D'altra parte questa città non è mai uguale a sé stessa, muta pelle ogni dieci anni, da sempre, è una sua peculiarità storica, una missione e un destino. E non è detto che il cambiamento sia comunque positivo. Ma almeno due costanti mi sembra di identificare nel mutante carattere della città: accoglienza e generosità. Chi viene qui per lavorare non ha mai problemi (ma dovrebbe averne molti di più di quanti non ne abbia chi viene a fare altro) e chi è in difficoltà può sempre contare su qualche forma di solidarietà, pubblica o privata, sufficiente o insufficiente che sia. Semmai con le stagioni della storia cambiano i modi in cui queste due costanti milanesi, accoglienza e solidarietà si manifestano. Un anno fa il crollo di via Lomellina ha fatto 4 morti, diversi feriti e ha buttato per strada 136 persone, provvisoriamente sistemate in qualche modo. Complessivamente i danni ammontano a 15 milioni, ma per riportare tutti nelle loro case, per ricostruire e rendere di nuovo abitabile quell'edificio bastano 2 milioni. Ammettiamolo, per una città come la nostra, una delle più ricche del mondo, è una cifra ridicola, perciò la sottoscrizione lanciata dal Giornale è semplicemente lo strumento organizzativo per raccogliere quella somma. Sempre che le cose stiano davvero come ho detto, cioè che il dovere della solidarietà sia ancora nel nostro Dna, pur con le sue mutazioni. Ad esempio, ieri atti di generosità venivano dalla grande industria; oggi Milano è (anche) moda ed è lecito, dunque, aspettarsi da quel mondo e in queste convulse giornate di passerelle un gesto per via Lomellina - anche se quella strada non è nel «quadrilatero d'oro».