La solidarietà di Prodi: «Resti al suo posto» Maggioranza spaccata

da Roma

Balla la maggioranza di governo, e stavolta balla coi lupi. Alla solidarietà «piena all’uomo», all’apprezzamento per il gesto «nobile» e all’appello di Prodi a Mastella affinché ritiri le dimissioni, con il passare delle ore si sostituisce il terrore del fiume in piena capace di travolgere tutto e tutti. Come ironizza, ma non troppo, il socialista Lanfranco Turci, «si delinea uno scenario impazzito» dal quale nessuno si salverà. «Tanto vale fare subito un governo di salute pubblica presieduto da Beppe Grillo».
La prima reazione del premier, alle prime notizie sulla moglie di Mastella, è stata la telefonata personale al ministro Guardasigilli. Una telefonata che non è riuscita a scongiurare le dimissioni, né una posizione nei confronti dei magistrati che Prodi fosse in grado di sostenere. Emerge infatti all’interno della maggioranza una frattura persino più grave di quella sui temi etici o sulla legge elettorale: si scontrano il cosiddetto «partito dei giudici» e quello dei «garantisti». Con il ministro Antonio Di Pietro apertamente (e ovviamente) capofila dei primi, e il grosso del Pd terrorizzato dall’aprirsi di un fronte interno difficilmente gestibile. «Il partito giustizialista conduce il suo ultimo attacco devastante, ci sono magistrati che si sentono investiti da un compito divino...», argomenta il democratico Peppino Calderola. Il vertice serale nel loft democratico, tenuto da Walter Veltroni, non offrirà una salda tenuta a quello che rischia di diventare il virus in grado di spegnere la lunga agonia di questo governo.
Il tono delle dichiarazioni della giornata segue il corso dell’«evento straordinario» (come lo definisce il capogruppo pidì Soro). Così, agli inviti a Mastella a rimanere al suo posto, via via si aggiunge il timore di un’altra guerra politica-magistratura che riporti l’orologio all’epoca di Tangentopoli. Stavolta senza neppure una Procura-guida quale fu quella di Milano. Deve intervenire il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, da Caracas per rendere chiara la situazione: «La difficoltà del governo è evidente, ma va evitata qualunque forma di conflitto tra magistratura e altri poteri dello Stato. Bisogna evitare di generalizzare...». Il segretario rifondatore Franco Giordano preciserà subito dopo i termini della questione: «La solidarietà umana da noi attestata nei confronti di Mastella è espressione della nostra cultura garantista, ma non può essere in alcun modo confusa con una critica o un’interferenza nei confronti della magistratura e del suo operato. L’evolversi della vicenda giudiziaria in Campania impone alla politica il pieno rispetto della distinzione dei ruoli e dei poteri sanciti dalla Costituzione. Non possono alimentarsi conflitti tra istituzioni: la giustizia faccia rapidamente il suo corso...».
A questo punto, è chiaro a Palazzo Chigi che il sentiero si fa strettissimo, visto che la giornata è nerissima e giunge anche la (prevista) tegola dei referendum. Le telefonate di Prodi, D’Alema e Rutelli ottengono che l’Udeur per il momento resti almeno nella maggioranza, senza aprire una crisi che sarebbe al buio. Si resta appesi alla «pausa di riflessione» chiesta dal ministro sul ritiro delle dimissioni, ma nel contempo Palazzo Chigi preciserà che riguardo alla «giustizia a orologeria» evocata dal guardasigilli «non esprime giudizi». Si cerca insomma di tenere dentro Mastella a ogni costo, ben consapevoli che la sua uscita dal governo sarebbe una mina deflagrante, rendendo cruento lo scontro tra giustizialisti e garantisti. Non esistono perciò subordinate, nel caso che Mastella confermi le dimissioni, a un «interim» affidato allo stesso premier. A quel punto più che mai un «re travicello» che, per tenere la poltrona, dovrà fare in modo di ballare coi lupi.