La solidarietà di Sarkozy

Potrebbe servire molto, al centrodestra italiano, la lezione che viene dal candidato del centrodestra francese Nicolas Sarkozy. Cosa sta facendo di tanto straordinario? Sta parlando chiaramente e senza ondeggiamenti vari da tanto tempo. Sta dicendo cose che non rinnegano la sua impostazione liberale ma dimostrano come queste convinzioni non confliggano con l'attenzione ai più svantaggiati, non solo francesi ma presenti in tutte le zone di crisi del mondo, dal Darfur alla Libia alla Cecenia.
È un leader di centrodestra che parla ai poveri, ai diseredati, agli emarginati. Così come, inversamente, Tony Blair è un leader di centrosinistra, della grande tradizione laburista, che parla ai capitalisti e agli Stati Uniti. E da questi si fanno capire e apprezzare. Comprendono, infatti, che in questi leader, pur caratterizzati dalle loro tradizioni diverse, dai loro ideali, dal loro patrimonio di cultura politica, trovano albergo i problemi veri del tempo e il coraggio di affrontarli senza pensare, primariamente - o solamente -, a delle piccole convenienze e di corto respiro.
Tanto è vero tutto questo che ieri sul Corriere della Sera è comparso un articolo di André Glucksmann dal titolo «mi batto per la sinistra. Per questo voto Sarkozy». Ha scritto sì Sarkozy «che è l'unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore». E della sinistra francese ha scritto che «si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile». Un po' come Prodi e compagni, in diciottesimo, in Italia. André Glucksmann non è uomo di destra. Neanche di centrodestra. È un lettore attento di quello che succede in Francia, nella sinistra, incapace di grandi slanci, di respiro che dia fiato alle idee e ai bisogni, non solo materiali, degli elettori.
In Francia c'è chi questo bisogno lo ha saputo interpretare ed è, appunto, Sarkozy. Questa ricerca di costruire un pensiero, un programma e un linguaggio che interpreti al meglio la tradizione di destra e faccia emergere quelle istanze di solidarietà delle quali si è, per lungo tempo, appropriata indebitamente la sinistra, hanno prodotto un leader che arriva a raccogliere, addirittura, il consenso di un filosofo-intellettuale della gauche. In Italia ha prodotto molto meno: una petulante e insulsa discussione sul centro, come luogo politico che riuscirebbe a prendere il meglio dei due schieramenti ed evitarne il peggio. Il tutto fatto da ex democristiani. Mamma mia.
Silvio Berlusconi, al suo modo, con il suo linguaggio diretto ha detto di essere di destra e di sinistra evidentemente nel senso di non essere alieno a nessuna delle due istanze fondamentali che contengono le due tradizioni. E lo ha detto dal centrodestra perché mentre la tradizione liberale contiene in sé la dimensione sociale, la tradizione di sinistra, all'inverso, non contiene gli elementi liberali. Fa meno fatica uno di centrodestra ad occuparsi degli svantaggiati che uno di sinistra a digerire l'economia di mercato e una certa dose di liberismo, poco, per carità.
Uno degli errori più grossi del centrodestra è stato quello di mostrare la dimensione sociale come qualcosa che era aggiunta sempre all'ultimo momento, come bilanciamento di presunti eccessi liberisti. Non è così, Nicolas Sarkozy lo sta dimostrando. Si può essere totalmente solidali e totalmente liberali. Non c'è da cercare il centro. Non c'è da cercare la terza via. È già pronto il popolo che capisce chi si propone con questo bagaglio di completezza. Occorre lavorare ad un progetto e ad un linguaggio capaci di rispondere a queste attese. Il centrodestra lo può fare. Anche in Italia. Se lo voglia fare è un altro discorso.