Solidarietà, la spesa per i poveri ritorna con la colletta alimentare

Gianluigi Da Rold

Sabato 26 novembre, in tanti supermercati italiani, si svolgerà la nona edizione della Colletta Alimentare. Un gesto di carità cristiana che la Fondazione Banco Alimentare promuove una volta all'anno in favore dei poveri, anche in una «società del benessere» come quella italiana. È un'esperienza che ha origine dal percorso educativo del Movimento di Comunione e liberazione. Si potrebbe probabilmente dare una visibilità mediatica maggiore a questa manifestazione. Basterebbe trovare una convenzione con qualche trasmissione televisiva e andare in diretta per una giornata, raccogliendo fondi per le persone che sono in stato di indigenza, oppure salvaguardando proprio la ragione sociale del Banco Alimentare e quindi invitando in diretta le persone a fare la spesa nei tanti supermercati, nei centri della grande distribuzione sparsi su tutto il territorio nazionale. Forse si potrebbe addirittura affinare il meccanismo di raccolta per mezzo dei telefoni cellulari: perché non inviare un sms, magari sottoscrivendo un euro o qualcosa di più? Nella società globale e mediatica, anche la solidarietà può raggiungere obiettivi globali con risultati che sembrano derivare da un impressionante moltiplicatore.
Invece la Colletta Alimentare, pur vivendo nel mondo globalizzato e tenendo certamente presente la realtà che la circonda, vuole restare un gesto individuale, in cui ogni persona si rimette in discussione per un giorno con un gesto di carità cristiana. Si è detto e scritto più volte che la Colletta di fine novembre è anche una festa, che è stata preparata nel corso di un anno. E in effetti nell'ultimo sabato di novembre, da nove anni appunto, si mettono in moto tante persone come se preparassero una festa. Come chiamare altrimenti la mobilitazione di oltre centomila volontari? Come definire in altro modo la partecipazione di quattro milioni di italiani alla spesa per i poveri?
È difficile vedere oggi in Italia una simile partecipazione popolare nel corso di una giornata. Si può affermare, senza enfatizzare, che ormai la Colletta Alimentare è una delle più grandi manifestazioni popolari del nostro Paese. È lo spettacolo di un popolo che si ricorda di appartenere a una civiltà che contempla la carità nel suo dna. Ma in questo scenario il momento più coinvolgente resta sempre l'esempio di tante persone, con la loro storia, con la loro partecipazione individuale, con il loro semplice gesto di carità in una giornata dedicata a donare qualche cosa agli altri, a chi ne ha bisogno. Il valore della Colletta Alimentare sta proprio in questo.
Forse a volte non si pensa alla storia del Banco Alimentare e non si coglie interamente la portata di questo gesto di carità cristiana. L'intuizione di creare anche in Italia una «food bank», che aiutasse le persone in stato di indigenza, nacque alla fine degli anni Ottanta dal semplice incontro tra due persone: don Luigi Giussani e il cavalier Danilo Fossati, proprietario della Star. Nessuno dei due si proponeva di cambiare il mondo, di correggere le grandi contraddizioni di questa società. Il massimo che si permetteva di dire Fossati era di «essere indignato di fronte a una specie di principato dello spreco», così come aveva sentito dire da Madre Teresa di Calcutta.
Ma sia Giussani che Fossati partivano innanzitutto dalla validità di un gesto, che poi avrebbe avuto, inevitabilmente, un impatto sociale. Tutti e due si rivolgevano al «cuore» dell'uomo, al bene che è capace di fare ogni persona. Nelle grandi difficoltà di costruire un'opera, e pure in una diffusa mentalità di diffidenza, il Banco Alimentare riuscì a percorrere la sua strada. Dalle poche tonnellate di cibo recuperato nei primi anni, si è arrivati nel 2005 alla raccolta di oltre cinquantamila tonnellate: cinquemila nella sola giornata della Colletta Alimentare. Tutto questo permette al Banco Alimentare di assicurare agli enti convenzionati due pasti al giorno per un milione e duecentomila italiani che si trovano in difficoltà economiche. Non si può quindi negare che, rispetto ai risultati raggiunti, ci sia un grande impatto sociale e un controvalore economico (il controvalore in moneta del cibo raccolto) di notevole importanza. Ma il risultato, qualunque esso sia, non è misurabile con il valore del gesto, del dono gratuito che nasce dall'educazione alla carità cristiana.