La solidarietà? Va alle stelle. Soprattutto a quelle di Hollywood...

Attrici, cantanti, dive belle e buone: hanno messo la loro popolarità al servizio di una giusta causa, si battono per i profughi contro l'aids, per l'infanzia abbandonata. Ma poi sono loro a cambiare

A volte un piccolo gesto può cambiarti la vita, senza che tu nemmeno te ne accorga, senza che tu nemmeno lo voglia. Susan Sarandon per esempio ha fatto «Thelma e Louise», «Dead man walking», «Le streghe di Eastwick». Poi: «Credo che tutta la mia carriera di attrice abbia avuto un solo significato, una sola ragione: portarmi fino a qui». Qui è l'orfanotrofio di Dar-es-Salaam, Tanzania. C'è arrivata con mezzi di fortuna, convinta dall'Unicef, pensavano volesse farsi un po' di pubblicità invece si è rifatta una vita. Non è solo la paura, tante volte, a farti cambiare strada.
Per arruolare nell'esercito dei buoni quelle come Susan, ricche, belle e famose, in fondo non pretendono molto: un viso che incanti per chiedere aiuto, un nome importante per far sentire chiaro e forte il messaggio: reagisci, ribellati, dacci una mano. A volte finisce lì, grazie per il disturbo, ci faremo sentire noi, ma non per tutte è così. Angelina Jolie non contenta di aver contribuito, assegno su assegno, al rimboschimento della Cambogia, ha fatto dei profughi di tutto il mondo una battaglia di vita. E si è prestata per l'assistenza legale dei bambini detenuti, migliaia di ragazzini senza stelle.
Ma le trincee delle belle e buone sono infinite e sparse ovunque: Gong Li lavora con la Fao contro la fame, Adriana Sklenarikova si è buttata sulle mine anti uomo, l'ex Spice girl Geri Halliwell è ambasciatrice della lotta all'Aids, Tyra Banks ha lavorato per i senzatetto di Los Angeles, Gisele Bundchen ha regalato i cachet delle sfilate ai poveri del suo Brasile. Ognuno ha preso il meglio. L'Unesco ha arruolato Claudia Cardinale, Catherine Deneuve e Celine Dion, l'Onu Sophia Loren, l'Unicef Sarah Jessica Parker e Shakira. Anche se la madre di tutte le battaglie umanitarie resta Audrey Hepburn, lei stessa da piccola bambina sfamata dall'Unicef, impegnata fino all'ultimo dei suoi giorni in Etiopia, Turchia, Honduras, Bangladesh, Vietnam. Diceva di vedere se stessa in tutti quei bambini senza sorriso.
Certo in guerra ci sono anche gli uomini, Sting lavora da sempre per salvare la foresta amazzonica, Paul Newman negli ultimi anni della sua vita ha raccolto da solo la bellezza di 125 milioni di dollari in aiuti alimentari. Ma sono le donne a fare la differenza. E negli ultimi tempi hanno dovuto alzare di molto la voce per farsi sentire come prima. Colpa dell'11 settembre, delle guerre, ma anche dello tsunami, degli uragani dei terremoti. Vanno dappertutto, in posti infami a raccontare favole spietate, dove i miserabili della terra non hanno nemmeno un nome, in luoghi dove le persone muoiono piano, a volte vergognandosi un po', mentre il mondo ti guarda dagli schermi della tv senza vederti. E la battaglia a giudicare dalle cifre si fa sempre più dura. Dicono sia sempre più difficile fare breccia. Ci sono mille modi in più di donare oggi, da internet agli sms, ma le tragedie sono troppe, l'assuefazione massimo, il contributo minimo. Una ricerca della Doxa per esempio ha fatto il punto sulla generosità dell'italiano: è più donna che uomo, più nordista che sudista, più molto ricco che mediamente ricco. Punta prima di tutto nella ricerca scientifica, poi sulla fame nel mondo, le calamità naturali e le adozioni a distanza. Ma è al limite della solidarietà. Per colpa delle tasse, pur frenate da detrazioni e agevolazioni, negli Usa però la beneficenza è gratuita, praticamente un affare.
Ma anche dei troppi cattivi nascosti tra i buoni, delle creste sulle donazioni, delle truffe sulla solidarietà, due volte ripugnanti. È vero che gli Stati stanno facendo la propria parte. La Banca mondiale ha dato da tempo il via libera alla cancellazione del debito di 40 Paesi tra i più poveri al mondo: 37 miliardi di dollari in tutto. Poi però ci sono sempre loro, belle e buone. Illuse magari che siamo tutti disposti a cambiare quello che non ci piace, quello che non è giusto. A ricordarci che la colpa più grave che hai è quella di sentirti innocente.