SOLIDARNOSC La pace è rivoluzionaria

Venticinque anni fa nasceva in Polonia il movimento di liberazione dal comunismo

Dice ancora qualcosa, ai giovani d’oggi, la parola Solidarnosc? Spero di sì, ma temo il contrario. È trascorso un quarto di secolo dalla straordinaria estate del 1980 che vide deflagrare, in un Paese del blocco sovietico, la protesta del sindacato libero di Lech Walesa, operaio nei cantieri navali di Danzica. La polvere del tempo si è posata sui fatti e sui ricordi. Le commemorazioni, per lo più ammirative, dedicate alla contestazione che dal 1968, per una decina d’anni, infiammò le università italiane - e che ancora ha sussulti di vitalità - sono state senza confronto più importanti delle commemorazioni dedicate alla rivolta d’un popolo contro un regime odiato.
La sinistra mondiale - e italiana, naturalmente - esaltava il coraggio e l’amore di libertà dal quale erano animati gli studenti che sfidavano la polizia «dei padroni»: e s’indignava per le loro sofferenze. Cortei urlanti invocavano il disarmo delle forze dell’ordine. Vennero gli anni di piombo, e i terroristi della P38 affermavano che la lotta armata era necessaria in una Italia schiacciata dal tallone di ferro della reazione. In Polonia operai e studenti non insorgevano contro un governo democratico, ma contro una dittatura: e non rischiavano qualche ammaccatura negli scontri di piazza o una notte in guardina, ma anni di galera. Ma il ’68 di Mario Capanna resta - positivamente per i più - vivido e mitico, il 1980 di Lech Walesa è sbiadito. Come fosse stato soltanto un episodio nella catastrofe totale del comunismo e dell’Urss.
Ho vissuto, da giornalista, la nascita, la soffocazione, e poi la resurrezione e il definitivo trionfo di Solidarnosc. I polacchi stessi hanno messo in disparte Lech Walesa, del quale non ignoro né i limiti intellettuali né gli errori politici. Ma di quell’uomo rustico e intrepido conservo un’immagine incancellabile. Lo intervistai il 29 novembre del 1981, quando Solidarnosc aveva ormai dilagato, e costretto i governanti comunisti a concessioni umilianti. Walesa era incalzato dall’ala «radicale» del movimento, al regime costretto in angolo si chiedeva ancora più, nelle fabbriche regnava il caos, la corda era tesissima e a ogni osservatore appariva evidente che stava per spezzarsi. Infatti il 13 dicembre 1981 il generale Wojciech Jaruzelski, divenuto il mese prima segretario del partito comunista polacco, proclamò la legge marziale. Il durissimo inverno fu anche una durissima stagione di arresti e internamenti per migliaia di compagni di Walesa, e per lui stesso. L’osannato Lech era conscio del pericolo.
«Solidarnosc - mi disse Walesa - è un movimento di milioni di persone che deve affrontare un’infinità di questioni vitali per il Paese. Alcuni vorrebbero risolverle subito, senza preoccuparsi di quanto ciò costerebbe. Altri vogliono agire con cautela. Chi ha ragione? Lo dirà l’avvenire». Insistetti: «I risultati economici del 1981 saranno per la Polonia catastrofici. Ed è stato il primo anno intero di presenza di Solidarnosc nella vita nazionale. Qualcuno insiste su questa coincidenza. Come si difende Solidarnosc?». «Perché dovrebbe difendersi?», fu la risposta. «C’è del vero in quello che lei rileva. Quando si fa ordine in casa si è magari costretti a buttare tutto nel corridoio, ed è una gran confusione e un gran disordine. Ma poi i mobili ritornano a posto e la casa è più bella e comoda». «Le piace - lo provocai - il generale Jaruzelski?». «In Polonia c’è stato sempre un grande rispetto per la divisa militare. Ad essa viene concessa fiducia. Jaruzelski ha dunque delle buone possibilità. Ma bisogna che alla divisa aggiunga qualcos’altro».
Aggiunse la legge marziale. Costretto secondo me ad adottare quella misura estrema per rubare il tempo a Mosca, ed evitare un intervento di truppe del patto di Varsavia. Si afferma ora, sulla scorta di documenti, che in realtà Andropov - massima autorità del Cremlino - avesse rinunciato all’invasione, avvertendone Jaruzelski. Può essere. Ma può anche essere che il generale non si fidasse, a ragion veduta, di questi affidamenti. Accadde, a Montanelli e a me, sostenitori a spada tratta di Solidarnosc, di trattare Jaruzelski con indulgenza perché ritenevamo avesse agito in stato di necessità: il che ci attirò critiche di tanti, anche di Gustavo Herling, grandissimo scrittore e collaboratore del Giornale. Per l’instaurazione dello stato di guerra vi fu un isolato ma grave spargimento di sangue, nove operai uccisi nella miniera Wujec a Katowice. Ma non accadde per un ordine dall’alto.
Perché la Polonia si sollevò quando ancora la «normalizzazione» d’oltre cortina sembrava totale e solida, nella rassegnazione del mondo democratico, apparentemente appagato da una qualche modesta correzione del dispotismo sovietico? Intanto perché la Polonia era diversa dagli altri vassalli dell’Urss. Edward Gierek, divenutovi leader dopo i massacri di Danzica del 1970, era, pur sotto l’insegna di falce e martello, un padrone indulgente, gaudente, niente a che fare con un Honecker. Chi arrivava a Varsavia da Roma, sulla via dell’Urss, aveva l’impressione d’essere piombato nella cupa tetraggine del socialismo reale, ma a chi arrivava a Varsavia da Mosca pareva d’essere già a Roma, o nelle vicinanze. Con Gierek la chiesa cattolica ottenne un ruolo riconosciuto e rispettato. L’elezione di un Papa polacco, Giovanni Paolo II, la rese potentissima, e diede slancio straordinario al movimento cattolico.
Solidarnosc fu un fenomeno complesso, ebbe un’anima fondamentalista e religiosa, impersonata da Lech Walesa - che aveva sempre all’occhiello l’immagine della Madonna di Chestochowa - e un’anima liberal-radicale, interpretata da molti intellettuali. Ma anche questa seconda componente capì che senza il sostegno della Chiesa non sarebbe riuscita a nulla. Le chiese erano gremite anche di non credenti perché il frequentarle era di per sé un atto di ribellione - l’unico consentito - all’odiato comunismo. Alcuni predicatori - come Jerzy Popieluszko, che nel 1984 fu ucciso da uomini della polizia comunista - intrecciavano fede e politica. Altre circostanze, lo sappiamo, hanno contribuito al crollo dell’«Impero del male»: a cominciare dalla sfida di Ronald Reagan che con il suo annuncio o progetto delle «guerre stellari» rese evidente il bluff dell’Unione Sovietica, gigante dai piedi d’argilla.
Ma prima che la frana prendesse avvio, la Polonia s’era liberata da sola. La tavola rotonda cui parteciparono il governo comunista e Solidarnosc fu un esempio unico di negoziato pacifico, e di conquista democratica, nella svolta storica dell’89. Agli altri vassalli la libertà fu regalata. La Polonia se l’era conquistata, senza condanne ed esecuzioni sommarie, senza sangue dei vinti. Onore a Solidarnosc, 25 anni dopo. Le repubbliche popolari non realizzarono nulla di buono se non nelle trasmissioni elogiative di radio Praga in italiano. Dubito molto anche delle statistiche che accreditano all’est alcuni successi. Marcello Flores - non sospetto di nostalgie o benevolenze - ha scritto in un saggio su Solidarnosc che «tra il ’50 e il ’70 vi era stato \ uno sviluppo produttivo quadruplo del periodo tra le due guerre». Sarà, ma non mi fido di dati confezionati in quel tempo e da quelle parti. Per quanto ho visto non ci fu confronto tra i progressi dell’Est e quelli dell’Ovest. L’Ovest stravinceva, e i polacchi lo sapevano benissimo.