Solis, la miniera d’oro sfuggita a Fidel

Castro gli negò i Giochi di Sidney. E «Goldie» si è vendicato scappando: «A Cuba non cambia niente»

Con tutto quell’oro addosso farà invidia, o forse disprezzo, a quelli che sono rimasti là. Rimasti a Cuba, cittadini o prigionieri di una storia di regime. Odlanier Solis Fonte nella boxe dei dilettanti è stato un campione, campione vero: 227 successi, 14 sconfitte, vincitore delle ultime Olimpiadi di Atene nei pesi massimi, due volte campione del mondo nei massimi ed una nei supermassimi. Ora è un professionista, vive in Germania, domani combatterà al Palalido di Milano contro l’ungherese Rajkai (15 vittorie, 6 sconfitte), settimo match di una via che prevede di arrivare a battersi con quei russi montagne di cartone che impestano la categoria e le corone dei pesi massimi.
Il nostro si fa chiamare Goldie e ne capisci la ragione quando ti spara davanti agli occhi gli anelli alle mani, l’oro dei denti, quello degli orecchini e un gran catenone che fa gran scena. Racconta: «Qualcosa ho lasciato a Cuba». Tanto ha già incassato e molto di più nel futuro: cerca avversari, dollari (qui prenderà 80mila euro) e titoli. È un solido armadio da un metro e 84, stende ma sa combattere, come ha dimostrato nell’ultimo match contro un perticone da due metri e 15!
Cuba era la sua isola, ci ha vissuto per quasi tutti i 27 anni della vita, poi ha stracciato tutto, acchiappato l’occasione. Storie già viste. Dicembre 2006: Solis stava in ritiro in Venezuela prima dei Giochi Panamericani, una mattina l’allenatore non trova più lui e altri due, Yuri Gamboa e Yan Barthlemy, assi della boxe dell’isola. L’allenatore viene licenziato, Fidel urla al vento attraverso «Granma», il quotidiano che racconta la storia e se la prende con gli Stati Uniti: «Non possono essere indifferenti o complici». Goldie lascia a casa mamma, papà, due fratelli, zie, cugini, un figlio avuto da una ragazza di laggiù. «Le ho detto: fai finta che io non esista più. Non potrò tornare mai a Cuba. Ma intanto le mando un po’ di soldi». Ora qualcosa è cambiato a Cuba. Ma il tipo non si fa incantare: «Non è cambiato niente. Nessuno è immortale, prima o poi Fidel doveva lasciare». Dice: «Tutti a Cuba sperano che le cose migliorino». Ma poi ti guarda e sorride. Brutta vita, vero? Annuisce: «A Cuba non vanno d’accordo con il tempo che stiamo vivendo».
Racconta che non ci sono state rappresaglie sulla famiglia: il papà lavora nella milizia civile, la mamma amministra una fabbrica di pasta. Spiega: «Loro non sapevano». La fuga è stata l’idea di un attimo. Forse qui cresce il naso. «Ero in Venezuela, un giorno chiedo a un cubano che teneva un negozio: conosci qualcuno che mi dia un passaggio verso la Colombia? Quello mi ha guardato come fossi un matto. Ma sono andato. Tutto in un baleno, senza pensarci troppo. Il Venezuela sarebbe stato il Paese più scomodo per una fuga organizzata». In realtà i tre fuggitivi erano già stati acchiappati da un manager turco, forte dei dollari di uno sponsor: un paio di milioni di euro sul tavolo per convincere quei ragazzi all’avventura nel professionismo che Fidel ha sempre negato a tutti. Se faranno carriera, saranno miniere d’oro. Fuga verso la Colombia, passaggio a Miami con qualche avventura di troppo, infine la Germania dove Goldie vive e si allena. Altra vita. «Mi mancano soltanto il sole e la musica di Cuba, l’allegria che abbiamo dentro. In Germania tutte facce tristi. Però mangio meglio, cucina indiana, e ho più soldi».
Eppure uno come lui, a Cuba poteva essere un immortale. Come Stevenson, come Felix Savon, un altro monumento della boxe: Solis lo ha battuto due volte, ma gli ha dovuto lasciar posto ai Giochi di Sidney: Castro voleva che Felix vincesse la terza Olimpiade. Goldie se l’è legata al dito. Ed anche altro: «Quando Stevenson vinceva prendeva premi e regali. Io non ho visto niente».
E allora ha fatto da solo.