La solita Inter tradita dai solisti e dal gioco

Champions ancora indigesta per la squadra di Mancini che ricomincia da
dove aveva lasciato: da una sconfitta. Partita deludente, pagate le
troppe assenze. Difesa e centrocampo non reggono l’urto del Fenerbahce. Julio Cesar
evita la goleada, palo di Roberto Carlos. Ibra e Suazo inconcludenti

Istanbul - Un gol ma potevano essere di più. La Champions è sempre più una coppa maledetta per l’Inter. Pronti via e la mala figura non si discosta da quella di Valencia. Non c’è stata la rissa, c’è stata l’Inter dei balbettii europei. Buon per Mancini che Julio Cesar ha dimostrato di esser portiere di gran livello, sennò sai l’abbuffata di gol per il Fenerbahce. Oltre alla splendida rete di Deivid, potevano entrare almeno un altro paio di palloni. Contro zero, sì proprio zero, dell’Inter: un tiro parato dal portiere, il resto nella fantasia. Troppo poco per una squadra che vuol arrivare alla finale di Champions. Istanbul città che non ti lascia il piatto del buon ricordo. Anche ieri come capitò al Milan, anche se il paragone è improponibile. Meglio che Mancini riassesti squadra e teste, difesa e centrocampo.

È mancata l’Inter, sono mancati in tanti ieri sera: anche Moratti e il pubblico nerazzurro. Il presidente è rimasto a casa, sulle tribune c’era una rappresentanza tifosa da minimo storico. Forse quest’Inter così rappezzata non ha appeal. Naturale vedendo questa compagnia della buona volontà e poco più. La congrega brasiliana dell’altra sponda ha cominciato subito a metterla in difficoltà: non tanto il pensionabile Roberto Carlos (straordinario solo quando tira) quanto quel gruppo di satanelli che gironzolavano tra centrocampo e attacco: Aurelio, Alex, l’imprendibile Deivid, sostenuti da Vederson, turco con la faccia scura. L’Inter ha sentito addosso tutta la passione e il tifo caldo di questo stadio che prende nome da Sucru Saracoglu, così elegante, compatto, tutt’altra idea di quel che uno pensa degli stadi e del tifo turco: confusi e confusionari.

L’esaltazione della gente tifosa seguiva il buon giocare della squadra che, nel giro di trequarti d’ora, si è proposta almeno tre volte al gol ed alla fine ce l’ha fatta. A differenza dell’Inter che ha faticato a proporre gioco, a tener botta a centrocampo e mai ha lanciato decisamente Suazo o Ibra verso il gol.

Infatti il conto dei tiri nerazzurri si è spento con quella conclusione precisa, ma molle, di Suazo dopo ben 38 minuti. Il Fenerbahce, nel frattempo, aveva provato di tutto: Deivid, dopo dieci minuti, ha schizzato una palla di testa che solo il buon colpo d’occhio di Julio Cesar ha reso innocua. Kezman si è visto toglier l’equilibrio in area da un intervento maldestro di Samuel. Poteva essere rigore e non è stato.

Infine Deivid, sul finire del tempo, ha realizzato il suo capolavoro, sfruttando la giocata di Alex che si è bevuto il solito impacciato Maxwell per inviare palla in mezzo all’area. Area desertica per la bravura di Deivid che ha fatto colpo e giocata con una semirovesciata da cineteca. Zico avrà gradito, avendo palato fino. L’Inter, invece, ha dovuto fare i conti con i suoi limiti: niente male il Tyson della difesa, forse peggio gli altri. Troppo morbida l’opposizione del centrocampo. Insignificante il gioco sulle fasce.

La punizione è arrivata di conseguenza. E il secondo tempo ha confermato la tendenza. Inter figlia di nessuno: né gioco, né solisti. I turchi hanno approfittato di tutto e di più. Difesa e centrocampo nerazzurri sempre più morbidi, e i calabroni brasiliani hanno continuato a volteggiare nell’area di Julio Cesar. Roberto Carlos ha cominciato a premere sulla sinistra e Julio gli ha ribattuto colpo su colpo: devastante punizione e attenta deviazione, siluro che finisce sul palo e il portiere ha deviato quel tanto per evitare il gol. Poi ci si è messo Alex: sorvolando facilmente la testa di Samuel ha colpito quasi convinto di segnare se Julio Cesare (sì, lui come un imperatore) non avesse cavato l’ennesimo miracolo dal repertorio.
Davanti a tanto imperversare, l’Inter ha rischiato di far la parte del punching ball: pronta a subire, incapace di calciare dignitosamente in porta per tutta la ripresa, assolutamente indifesa dai suoi assi, si chiamassero Ibra o Figo che stavolta avrà fatto mettere il muso a Mancini. Sarà l’aria d’Europa, sarà un complesso che prende forma, ma l’Inter di Champions è un’altra cosa. E anche stavolta aveva ragione chi non c’era.