La solita Italia del cavillo vuole il Colosseo a pezzi

L’Antitrust dà ragione al Codacons: presunte scorrettezze nella procedura che affida il restauro alla Tod’s. In nome di un "meglio" che non c’è si rinuncia al bene comune

C’è un’Italia che, in nome di un «meglio» che con ogni probabilità non vedremo mai, è sempre pronta a bloccare quel poco di buono che comunque si sta tentando di realizzare. Ed è esattamente questa Italia che ieri ha esultato quando l’Antitrust ha dato ragione al Codacons, rilevando alcune scorrettezze nella procedura che ha affidato al gruppo Tod’s di Diego Della Valle il restauro del Colosseo.
Non è assolutamente escluso che, in questo come in altri casi, ci siano stati comportamenti superficiali e, alle solite, magari l’abitudine a definire il risultato al di fuori delle regole di legge. L’incapacità a indire gare davvero aperte a tutti è un tratto italico, il quale accomuna i sindaci che devono rifare il tetto del municipio come i professori universitari che gestiscono le carriere accademiche.
In questa circostanza, ad ogni modo, è necessario sottolineare come la Capitale abbia trovato un’impresa privata seriamente interessata a usare risorse proprie per il recupero di uno dei monumenti più legati all’immagine della città. Ora si profila però il rischio che, a seguito dell’iniziativa dell’associazione di Carlo Rienzi, il progetto si areni e tutto resti come prima. In effetti non si può escludere la possibilità che l’affidamento della sponsorizzazione del monumento sia messo in discussione in ragione del ricorso presentato (sempre per iniziativa del Codacons) al Tar del Lazio, che dovrà esprimersi in tempi stretti.
Le critiche avanzate nei riguardi dell’operazione possono anche essere fondate. In particolare, l’Antitrust rileva come la scelta di optare per una procedura negoziata, coinvolgendo un numero assai piccolo di realtà, sia in contrasto con quei criteri di trasparenza e concorrenzialità che devono ispirare una buona amministrazione. Allo stesso modo, l’organismo incaricato di vegliare sulla competizione esprime perplessità di fronte alla scelta dell’amministrazione appaltante di assegnare meno di 48 ore di tempo ad altri eventuali soggetti intenzionati ad avanzare offerte.
Ma esiste davvero qualcuno che sia interessato a fare di più e meglio di Della Valle? Per ora, non pare che qualcuno si sia fatto avanti e quindi si ha la sensazione di trovarsi ad avere a che fare, una volta di più, con le solite situazioni che stanno affossandoci: tra amministrazioni, da un lato, che adottano procedure non proprio lineari e, dall’altro, contestatori assai zelanti, abituati però a ragionare secondo la logica del «tanto peggio, tanto meglio».
In verità, l’Italia avrebbe un dannato bisogno di un Colosseo restaurato dal Della Valle di turno, oggi, in modo da avere una Pompei da affidare a qualcun altro, domani, e via dicendo. L’Italia non è priva di quelli che Gianni De Michelis - con un’espressione fortunata - battezzò i nostri «giacimenti culturali». L’Italia è ricca di monumenti, borghi antichi, abbazie medievali, resti greci e romani: basta fare un passeggiata a Firenze o a Venezia per rendersene conto. Ma quello che troppo spesso manca è lo spirito che, in tale circostanza, sta guidando il gruppo Tod’s, desideroso a condurre a termine un’iniziativa utile a Roma e gradita a tutti quanti amino la storia e la cultura, oltre che in grado di offrire un ritorno d’immagine per chi mette a disposizione i capitali.
Sullo sfondo della vicenda, come s’è detto, è facile riconoscere il groviglio dei nostri vizi: le difficoltà di un Paese in cui il sistema delle regole è contorto, l’attitudine a non rispettarle è assai alta e in cui, per giunta, va trionfando uno spirito giacobino in virtù del quale molti si candidano a essere i giustizieri di turno. Costi quel che costi.