Le solite facce da guerra civile

Quella che cala dalle terrazze per scendere in piazza, quella che è scesa ieri in piazza Navona, a Roma, chiamata da Micromega, la rivista filosofica di Paolo Flores d’Arcais, è l’Italia sedicente migliore. È l’Italia di Umberto Eco che è il migliore. Quella di Andrea Camilleri, poi, che è il più migliore assai. Quella di Moni Ovadia, quindi, il migliorissimo. Quella di Ascanio Celestini infine, un altro raffinato attore di quelli da spremuta di cervello che proprio fa tenerezza nel proporsi ancora - come si propone - con l’estetica dell’impegno: una lagna adoperata per alzare l’attenzione che il maestro spalma sulla barbetta come Little Tony, meritatamente, distende e spalma gel e brillantina per tenere desto il suo proverbiale ciuffo.
E non a caso è l’Italia che s’affida ad Antonio Di Pietro, primo ad aderire al No Cav Day per l’interminabile no e poi no a Silvio Berlusconi. È l’Italia dell’estremismo legalitario, per dirla con Piero Sansonetti, un autorevole esponente della sinistra che, giustamente, s’è ben guardato dall’andarci ieri a piazza Navona perché una cosa è chiara: i manifestanti di ieri come nemico hanno Berlusconi che si mangia la democrazia tutta ma, sotto sotto, come vero nemico hanno ben altro, hanno la sinistra.
E alla sinistra, infatti, tutti i potenti testimonial del No Cav Day fanno grave danno. Alla sinistra sottraggono consensi e forza. E della sinistra fanno una caricatura perché forse - con rispetto parlando - loro stessi che sono così migliori, così consapevoli della superiorità intellettuale e morale, così onesti, così perbene, sono macchiette fuori tempo massimo. Sono le scimmie di un Sessantotto che si perpetua nelle loro fisime, come quelli di un tempo, infatti, quelli che avevano un nemico apparente contro cui manifestare - il fascismo inesistente o lo stato borghese - mentre il regolamento dei conti vero lo facevano contro il Pci, così questi fanno la guerra a Berlusconi per sfasciare quello che resta della sinistra. Per regolamento di conti. Con interessi.
Certo, quelli, avendo alle spalle la copertura di massa, poi degenerarono nella lotta armata, questi che se la risolvono con lo slogan «la Carfagna, che cuccagna», fortunatamente non possono che sbracare nella nostalgia da insegnanti precari costretti a scimmiottare i loro studenti con qualche goliardia consolatoria e alti strilli compiaciuti.
Saranno pure l’Italia migliore, sostenuti dai più affascinanti tra gli artisti, tra i più geniali dei letterati, si torna sempre alla trappola dell’Italia che piace alla gente che piace ma si ripetono nei tic, nei modi e negli anatemi. Sono professori, sono colti ma sono proprio troppo fuori tempo massimo, egemoni solo nel fare danni al Partito democratico proclamando i precetti e i toni. L’apertura della campagna elettorale a Catania, per dire, giusto per fare l’esempio di una città dove la sinistra non è riuscita ad arrivare neanche seconda, grazie ai professori, ai colti e agli artisti, è stata fatta all’Arena Argentina con la proiezione del film Palombella rossa. Poteva mai il povero Giovanni Burtone, navigato eroe della migliore Democrazia cristiana, candidato del Pd, riuscire a vincere lungo via Etnea avendo addosso tutti questi vecchi arnesi dell’eterno Sessantotto?
Saranno onesti e specchiati, eroi perfino, come Rita Borsellino (voti, pochini), ma l’Italia vera, quella che per fortuna non è migliore, preferisce stare nel torto tanto è vero che più si dà addosso al Cavaliere, tanto più quello cresce nei sondaggi. Mentre invece scende, e poi scende, la sinistra. E forse è anche un diabolico gioco delle parti che si consuma nel palcoscenico d’Italia se si pensa che il vero beneficiario del travaso dalla terrazza alla piazza non è il futuro della sinistra, non Pancho Pardi, non i Girotondi, neppure Beppe Grillo furbo al punto di ritagliarsi la giusta fettina di marketing, ma Di Pietro, un formidabile arcitaliano, uno che starebbe a destra un minuto dopo che da destra se ne fosse andato via Berlusconi. Così come Marco Travaglio, un degno erede delle migliore tradizione giornalistica liberale, costretto a sorbirsi la folla plaudente di gruppettari invece che quella di cari galantuomini dell’Italia borghese a lui più consoni, per sensibilità e stile. Ma quello che dalle terrazze arriva in piazza è la schiuma di un ribollire mai sopito: le stesse parole messe in libertà dal palco - dalla nuova P2 allo Psiconano, dalla solita Resistenza alla Costituzione fino al consueto dileggio del Papa - evocano un canovaccio certamente usurato ma malevolo giusto al punto di mantenere vivo l’odio, il cieco odio, l’eterna guerra civile che separa l’Italia dei migliori e quella degli italiani persi nel torto, al punto tale che se un galantuomo vuol rivendicare il diritto di essere non-berlusconiano, e molti da destra lo sono, figurarsi da sinistra, come può rischiare di confondersi poi con questa terrazza precipitata in piazza, questa élite delle Fiorelle Mannoia grondanti indignazione? Benedetto quel Pci degli anni passati che sapeva fare fronte alle derive estremistiche, poveretta questa sinistra di oggi pensionata dalla magia furbacchiona (è il caso di dirlo) del radicalismo di successo, quello dei professori, dei colti e degli artisti. È proprio significativo che il ceto dei letterati, ancora una volta, abbia deciso di planare dalla terrazza alla piazza.
Ma pare che l’intransigenza glamour paghi, prova ne sia che Sandro Bondi - un serio ministro, una persona mite ed educata, uno che lavorerà per i Beni Culturali e per il patrimonio artistico dell’Italia, sia essa quella dei migliori che quella dei peggiori - abbia dovuto subire al suo ingresso alla Milanesiana i fischi del pubblico (verosimilmente fatto di colti e di artisti) e un’infastidita stretta di mano di Umberto Eco, proprio quell’Eco che è l’orgoglio e il vanto dell’Italia nel mondo. Che porca Italia doveva esserci nella mano di Bondi? Voleva significare questo Eco tra tutti i segni semiotici dei significanti? Ho letto che Sandro Veronesi, un autore che ammiro, uno scrittore che certamente ha mietuto pubblico tra i lettori di questo quotidiano, travolto dalle sue stesse parole, ha testualmente detto: «Qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura per il Giornale». Ecco caro direttore, non me ne frega di Berlusconi (non lo voto), non me ne frega del No Cav Day (non ci vado), mi frega molto l’Italia e giusto per far ricredere Veronesi ti chiedo l’ospitalità oggi. Senza farti perdere tempo con la tortura.
Pietrangelo Buttafuoco