Il solito contrordine politicamente corretto

In anni remoti i veterani della vita militare trasmettevano a noi ufficialetti di complemento un insegnamento prezioso. Ricevuto un ordine, dicevano, non affannatevi per eseguirlo. Aspettate il contrordine, che immancabilmente arriverà. Anche a quel punto, se appena vi sarà possibile, soprassedete. Un contro-contrordine sarà non solo possibile, ma probabile. Di queste perle di saggezza dovremmo far tesoro, nei rapporti con politici del più alto livello, anche noi giornalisti: perché a una dichiarazione segue sovente una precisazione se non una smentita. E ogni colpa del malinteso viene di regola addebitata a cronisti incapaci, o animati da malevole intenzioni diffamatorie, che hanno distorto o frainteso enunciazioni di cristallina lucidità e coerenza.
Al riguardo, l’ultimo esempio d’una affollata casistica è stato offerto dal presidente del Senato Renato Schifani: il quale, a «Domenica in», aveva deplorato «l’avvelenamento dei rapporti politici» e i toni «eccessivamente accesi» delle attuali polemiche su una asserita deriva autoritaria e su un asserito razzismo degli italiani. Avvelenamento ed eccessi favoriti da recenti dichiarazioni di Walter Veltroni.
Personalmente credo che l’opinione espressa da Schifani - nei termini in cui è approdata nelle redazioni - fosse fondata e corretta. Ma la sinistra ha ostentato indignazione per essere stati superati i limiti entro i quali la seconda carica dello Stato deve contenere il suo pensiero. E l’ufficio stampa del Senato ha fatto sapere «a proposito di alcuni lanci di agenzia, e al fine di evitare fraintendimenti di qualsiasi genere, che il presidente del Senato non ha addebitato al leader del Pd l’esclusiva responsabilità dell’avvelenamento del clima politico». Sono finiti così sul banco degli imputati gli improvvidi «lanci d’agenzia», responsabili d’attribuire a Schifani la capacità d’avere un’opinione e a Veltroni l’esclusiva dell’avvelenamento. In effetti l’attribuirgliela è sconsiderato. Nel Pd di esclusivo il povero Veltroni non ha nulla, figuriamoci l’avvelenamento.
È evidente la preoccupazione di Schifani. Vuole essere super partes, teme di degradare se stesso e il suo ruolo facendo schietta e a mio avviso ineccepibile polemica. Ma esagera con il ritenere che il prestigio coincida con un’ingessatura delle idee. Altre sono le cose che umiliano il Senato, non i punti di vista legittimi (perfino il prudente Napolitano dice la sua, su un tema sensibile come la scuola). Al più la smentita l’ammetto come rimedio alle gaffe - la ribalta pubblica ne è prodiga -, non come omaggio rituale al politicamente corretto.