Il solito errore di Cossiga con D’Alema

Francesco Damato

Vista la disponibilità che con un certo entusiasmo Francesco Cossiga ha già annunciato in qualche intervista, spero amichevolmente che non gli sarà offerta l'occasione di contribuire, magari in modo nuovamente decisivo, ad un altro avanzamento in carriera di Massimo D'Alema. Al quale egli già permise nell'autunno del 1998 di insediarsi a Palazzo Chigi, sia pure per ballarvi una sola estate. Cossiga gli confezionò in quella occasione addirittura un partito, l'Udr, per traghettare dal centrodestra a sinistra i parlamentari necessari a sostituire quelli che Fausto Bertinotti aveva deciso di sfilare dalla maggioranza raccoltasi due anni prima attorno a Romano Prodi.
Questa volta Cossiga, forse anche per compensare il pur sofferto appoggio promesso alla candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato, che rischia di infliggere la prima, sonora sconfitta parlamentare alla coalizione prodiana uscita vincente per il rotto della cuffia dalle elezioni, è disposto a spingere D'Alema addirittura al Quirinale. Dove il presidente dei Ds, se non fosse possibile la conferma di Carlo Azeglio Ciampi, potrebbe arrivare anche senza il contributo dell'opposizione, puntando dal quarto scrutinio in poi sulla maggioranza assoluta della quale dispone sulla carta il cosiddetto centrosinistra prodiano, «assolutamente legittimato a votare da solo il capo dello Stato», ha detto l'ex presidente della Repubblica con una dose forse eccessiva di ottimismo.
La strada del Quirinale senza larghe intese, analoghe a quella che proprio per portarvi Cossiga nel 1985 l'allora segretario della Dc Ciriaco De Mita realizzò con l'opposizione comunista, è generalmente e rovinosamente disseminata di chiodi. Coperti dallo scrutinio segreto, i cosiddetti franchi tiratori sono tanto più numerosi e agguerriti quanto più il candidato fa paura per la forza di cui dispone come leader di un partito, o solo di una sua corrente. E D'Alema non si può certo considerare tra i diessini un esponente solo consolare, tipo Giorgio Napolitano o Giuliano Amato.
L'ottimismo di Cossiga si è spinto tuttavia ancora più avanti, attribuendo a D'Alema in una intervista alla Repubblica del 23 aprile la qualità di un ex comunista «che si contrappone alla sinistra massimalista». È una ben strana «contrapposizione» quella praticata da un uomo che ha appena perseguito con tenacia non un semplice accordo elettorale, magari di desistenza, ma una vera e propria alleanza di governo con la sinistra massimalista. Alla quale ha anche contribuito a pagare, con una personale rinuncia, il pegno della presidenza della Camera. Che Fausto Bertinotti peraltro ha a suo modo festeggiata, prima ancora di assumerla, contestando agli americani il diritto di rappresentare l'Occidente e indicando, tra le priorità italiane, la necessità di tagliare le unghie a Mediaset per lasciarle lunghissime alla Rai, laccate di rosso e di canone.
Se c'è stata un'occasione per affrancare veramente D'Alema e la presunta sinistra riformista dai condizionamenti del massimalismo, questa purtroppo fu lasciata cadere proprio da Cossiga nel 1998. Egli sbagliò spingendo l'allora segretario dei Ds a Palazzo Chigi, anziché reclamare e favorire le elezioni politiche anticipate. Che avrebbero costretto i post-comunisti e i loro alleati ad uno scontro chiarissimo e decisivo con Bertinotti, facendogli pagare a caldo con la scomparsa, o quasi, del suo partito dallo scenario parlamentare il rovesciamento del primo governo Prodi.