Il solito Fini: fa collezione di fiaschi E l’opposizione diserta la Camera

Il leader Fli sperava di convincere Napolitano a far cadere il governo. L'ira di Pdl e Lega contro il presidente della Camera: ora si dimetta. <strong><a href="/interni/il_colle_frena_golpe_e_rilancia_il_premier_indichi_soluzione/13-10-2011/articolo-id=551336-page=0-comments=1" target="_blank">Ma il Colle frena il golpe e rilancia</a></strong>: &quot;Il premier indichi la soluzione&quot;. I
deputati della minoranza non assisteranno all’intervento del Cav

Roma - In equilibrio tra il ruolo di leader di Futuro e libertà e quello di presidente della Camera; un giorno passato a sfornare dichiarazioni e smentite; a prendere decisioni che hanno fatto infuriare la maggioranza e sulle quali lo hanno lasciato solo anche le opposizioni, impegnate da parte loro ad annunciare la diserzione dall’aula da lui presieduta oggi, in occasione delle comunicazioni del premier Silvio Berlusconi.
Se per il governo, dopo la bocciatura dell’articolo uno del rendiconto dello Stato, sono state giornate difficili, ieri per Gianfranco Fini è stata un inferno. Quasi una riedizione del 14 dicembre 2011. Prima la speranza (di fare cadere Berlusconi), poi l’impressione di essere rimasto con il cerino in mano. Infine l’effetto boomerang. Che questa volta potrebbe essere pesante, visto che nel Pdl torna la tentazione di «sfiduciarlo». Già martedì con la annotazione delle «evidenti implicazioni politiche» della votazione la maggioranza aveva storto la bocca. Ieri mattina l’annuncio che Fini avrebbe incontrato leader di maggioranza e opposizione. Salvo poi dare seguito esclusivamente alle richieste di Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, quindi delle opposizioni, che avevano deciso di tentare il pressing sul capo dello Stato, annunciando l’Aventino durante le comunicazioni di Berlusconi.
A farsi portavoce della linea durissima di Pd, Udc e Api presso la presidenza della Repubblica è stato proprio Fini. Decisione che ha mandato in bestia il Pdl, e in tilt gli organi di informazione che non sono riusciti a capire se al Quirinale sarebbe andato il leader Fli o il presidente di Montecitorio. In mattinata le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che «il presidente della Camera» sarebbe andato da Napolitano a spiegare le difficoltà di dirigere l’Aula «vista la situazione in cui versa la maggioranza». La notizia veniva ripresa nella pagine Facebook e Twitter di Fini e poi precipitosamente cancellata. La nuova versione è che Fini è andato da Giorgio Napolitano a rappresentare la difficoltà dovute alla minaccia di blocco da parte delle opposizioni.
Dietro il cambio di direzione - spiegavano ambienti Pdl - la freddezza con la quale Napolitano ha accolto Fini, ben rappresentata dal comunicato della presidenza della Repubblica: «Grazie a Fini per avermi messo al corrente». Fabrizio Cicchitto gli ha riconosciuto di non avere seguito l’opposizione «che chiedeva la non procedibilità» sulla fiducia in Aula ma lo ha accusato di non avere semplicemente previsto il ritorno del Ddl in commissione per una nuova formulazione dell’articolo bocciato. Fini è rimasto fermo sulla tesi che la bocciatura dell’articolo uno del Rendiconto comprometta tutto il testo. Niente ritorno in commissione, né terza lettura. Scelta, si è difeso Fini, ratificata dalla giunta del regolamento. Peccato che quello è un organo dove la maggioranza è del centrosinistra. Scontata, quindi, l’interpretazione anti governativa. Scontata anche la reazione del Pdl e Lega che ieri hanno chiesto le dimissioni di Fini da presidente della Camera. La maggioranza se ne occuperà lunedì.
Ma anche il resto dell’opposizione, come detto, ha dato i numeri. Anzi, li farà mancare. Oggi infatti i deputati di Pd, Fli, Idv e Udc non saranno in aula ad ascoltare le parole di Berlusconi. Un segnale forte, voluto innanzitutto dal Pd per sottolineare che «il voto di venerdì non è un voto di fiducia ordinario», per usare le parole di Pier Luigi Bersani. All’inizio l’ipotesi era quella di mancare anche al voto di fiducia di venerdì. «Se Berlusconi vuole venire alle 5 alla camera anche tutti i giorni, invece di prendersi il tè, per prendersi la fiducia faccia pure, ma lo faccia da solo», riassumeva a metà giornata Giuseppe Fioroni. Poi nel primo pomeriggio un incontro tra lo stesso esponente Pd e Casini partoriva l’idea (molto comoda) di disertare solo al discorso di Berlusconi