Solitudine da curare

L’eutanasia è diventata un problema che la nostra società non può più eludere perché è emersa in tutto il suo dirompente significato etico e religioso con il caso di Piergiorgio Welby? No, questo è solo un caso: drammatico per il modo in cui sta coinvolgendo l’opinione pubblica e i responsabili della politica, ma è soltanto uno dei casi che fanno discutere sull’eutanasia.
Potremmo incominciare a chiederci perché di eutanasia stiamo ragionando in questi ultimi decenni e non, supponiamo, da una cinquantina d’anni. A questa domanda, si può immediatamente rispondere ricordando il grande sviluppo delle tecnologie utilizzato in medicina. E questa certamente è una considerazione giusta, che però non credo affronti alle radici il problema, non tanto per risolverlo, quanto per comprendere a che punto è arrivata la nostra cultura, perché di cultura si tratta.
Oggi è ormai totalmente scomparso un rito fondamentale: il rito dell’accompagnamento alla morte.
Io ricordo ancora che i miei nonni erano morti nella nostra casa. Erano nati due secoli fa: erano nati in casa, così come anch’io ho fatto in tempo a fare. Adesso tutti nascono in ospedale, e nella stragrande maggioranza dei casi si muore in ospedale. Si è ospedalizzata la vita e si è ospedalizzata la morte.
Morire nella propria casa significava rimanere in famiglia: erano i propri cari che accompagnavano il congiunto debole e malato all’altro mondo. Era un rito silente, carico di mestizia e in cui si trasmetteva al moribondo il sentimento di una vita che pur nell’immensa tristezza continuava ad esserci intorno a lui. E per lui questo significava l’affetto di silenziose presenze che l’aiutavano al trapasso. Oggi si muore in ospedale, in una impietosa solitudine e in una drammatica consapevolezza dello strappo che avverrà dalla propria vita, sottolineata inevitabilmente dalle visite ad orario prestabilito di parenti e amici: quando il tempo è scaduto, si raccoglie la propria roba e ci si allontana dalla camera del malato. Lo si lascia solo a trascorrere la notte e ad aspettare. Lo si affida al medico.
Il medico è la persona più sbagliata a cui si possa lasciare un moribondo; il medico è la persona più impreparata, più estranea a quel rito di accompagnamento alla morte che è l’unico, autentico aiuto al malato che sta per lasciare questo mondo.
Si parla di «accanimento terapeutico»: è una sciocchezza, è un’espressione che trasforma un problema culturale in una questione psicologica, come se il medico fosse cattivo, fosse un sadico che gode nell’infliggere una punizione sotto forma di terapia. Il medico è assolutamente impreparato a guardare negli occhi la morte del paziente perché culturalmente ha un’altra esperienza: è stato educato per curare, per prolungare la vita, non per aiutare a morire che è un’esperienza altrettanto fondamentale di quella di vivere.
A questo punto la cultura del medico si incontra con la tecnologia: da un lato (quello del medico) diventa uno scacco professionalmente (e deontologicamente) inaccettabile, l’idea del fallimento della scienza medica se questa non riesce a tenere in vita il malato almeno entro i limiti previsti dai risultati acquisiti dalla medicina (e se invece sono superati, ecco che si proclama un nuovo, grande successo raggiunto). Dall’altro, c’è la tecnologia che rappresenta il significato stesso del progresso, che esprime il grado dello sviluppo civile della società. Perché allora la tecnologia non dovrebbe essere messa al servizio del progresso della medicina? E il medico, culturalmente educato a guarire e a prolungare la vita, perché non dovrebbe usare la «macchina» per lo scopo a cui dalla nostra società è stato formato?
L’attualità drammatica dell’eutanasia è tutta qui, tutta in questa visione di una cultura che ha ritenuto giusto ospedalizzare la vita e la morte, che ha ritenuto superfluo il rito dell’accompagnamento alla morte, che ha costruito un medico educato a guarire, che è indifferente alla solitudine di chi sta per morire.