La solitudine estrema del cocainomane

Eleonora Danco porta in scena «Ero purissima» sullo spinoso tema dell’emarginazione sociale

L’energia di Eleonora Danco, prima di esplodere in scena, si annida nel suo corpo esile, nei suoi occhi luminosi, nei suoi gesti decisi, nella sua voce intensa. Già in prova di buon’ora, la raggiungiamo telefonicamente al teatro India per farci spiegare cosa sia questo Ero purissima, lavoro di cui è autrice, regista e interprete (insieme con Paolo Sassanelli, Marco Lorenzi ed Elisa Pavolini), di scena nella seconda sala dello stabile (anche produttore) fino al 17 giugno. «Non mi è facile - racconta - sintetizzare il senso dell’operazione. Certo è che si tratta di uno spettacolo sulla periferia, sulla degenerazione, su una condizione umana estrema, di disagio e solitudine». Ma per carità non abbinate il suo nome al teatro di denuncia sociale. «Non è questo che mi interessa. Rifuggo le tematiche sociali, anche se nei miei testi parto sempre dalla realtà, da ciò che vedo attorno a me». E il mondo come lo vede lei diventa qui il giardino pubblico di una qualsiasi metropoli occidentale («potrebbe essere Berlino, New York, così come Roma»), posto a sfondo di un quadrilatero umano al limite del degrado e dello smarrimento. «Porto in scena un tossicomane trentottenne (lo interpreta lei stessa, conferendo al personaggio un’ambiguità sessuale particolarmente emblematica, ndr), suo padre alcolizzato, un giovane cocainomane nullafacente e la di lui fidanzata, una parrucchiera con aspirazioni da star».
I quattro si conoscono, si scontrano, si rovesciano addosso fiumi di violenza verbale e fisica, «eppure non si toccano mai, non entrano mai in relazione tra loro. Ognuno è isolato, solo. Ognuno attende qualcosa che non arriverà». E se, da un lato, queste esistenze perse evocano tragedie contemporanee che sembrano attinte alla cronaca dei giornali, dall’altro, l’impianto scenico e il disegno interpretativo in cui la giovane performer cala la sua storia rimandano alla pittura di Van Gogh, Picasso, De Chirico, al cinema di Dreyer. Con, inoltre, sottolineature tattili e visive - persino naturalistiche - capaci di evocare l’arte odierna e, ancor più, un’atmosfera decadente del tutto priva di scappatoie: «Ho coperto il teatro India di foglie. Un bell’effetto».
Foglie autunnali, ingiallite, finite rovinosamente a terra. Proprio come questa umanità che arranca e urla la sua disperazione. E la urla in un dialetto romano «che - conclude l’attrice (tra le sue precedenti prove ricordiamo Sabbia, Me vojo sarvà e il radiofonico Non parlo di me) - potrebbe essere tedesco o qualsiasi altra lingua. Lo uso come fosse musica. Si tratta di una re-invenzione completamente mia, una vera e propria arroganza poetica».