Solitudine Muore nel collegio dei preti. E nessuno se ne accorge


È una di quelle storie che siamo abituati ad ascoltare in tv. È una di quelle morti avvenute in solitudine, magari ambientate negli anonimi quartieri dormitorio delle periferie metropolitane, dove spesso non si conosce nemmeno la faccia del vicino di casa. Tante, troppe volte abbiamo sentito di anziani che si sono spenti nelle loro abitazioni e che per giorni e giorni sono rimasti lì, senza che nessuno li cercasse, senza che nessuno ne denunciasse la scomparsa.
Ieri dai sacri palazzi vaticani, dove è stata accolta con prevedibile dolore, è filtrata la storia di don Albert (il nome è fittizio), prete africano di trent’anni, morto nella sua stanza presso un collegio della Congregazione di Propaganda Fide e ritrovato soltanto alcuni giorni dopo a causa del cattivo odore che si avvertiva nel corridoio.
Teatro di questa triste vicenda è il Collegio internazionale missionario San Paolo Apostolo, che si trova in via di Torre Rossa, a Roma. Collegio che accoglie circa 150 sacerdoti di Africa e Asia che studiano presso le università pontificie prima di far ritorno nella loro terra. Dal 1977 a oggi un paio di alunni del San Paolo sono diventati cardinali e più di un centinaio sono stati consacrati vescovi.
Don Albert, originario dello Zimbabwe, stava seguendo i corsi dell’ultimo anno di dottorato. La scorsa settimana è scomparso. I responsabili del collegio, diretto da padre Jozef Kuc, missionario degli Oblati di Maria Immacolata, hanno provato a cercarlo telefonandogli in camera, ma il sacerdote ormai non poteva rispondere. Così hanno pensato che se ne fosse andato, magari per celebrare una messa o tenere una conferenza, dimenticandosi di avvisare la portineria della sua temporanea assenza. Nessuno si è preoccupato più di tanto.
Sono passati i giorni, secondo una prima ricostruzione almeno tre, ma forse anche qualcuno di più. Del prete nessuna traccia. Soltanto un inspiegabile e fastidioso cattivo odore, che si avvertiva sempre più insistente nei corridoio del collegio, senza che nessuno riuscisse a individuarne l’origine. Poi, finalmente, la macabra scoperta. Il sacerdote è stato trovato morto e già in stato di decomposizione sul suo letto. Ora c’è chi sussurra che accanto al corpo di don Albert sarebbe stata ritrovata una bottiglia vuota, lasciando intendere che talvolta esagerasse con l’alcol, anche se in realtà nel referto si parla di infarto.
In ogni caso, a colpire in questa vicenda, non sono tanto i risvolti medico-legali, quanto piuttosto quelli umani. Il collegio San Paolo, dipendente dalla Congregazione vaticana guidata dal cardinale Ivan Dias, non è un condominio anonimo né un dormitorio, ma un luogo di vita comunitaria, che prevede momenti di preghiera e di ritrovo, ad esempio per i pasti. Quale solitudine viveva il trentenne sacerdote dello Zimbabwe nella Roma tutta addobbata di festoni natalizi nonostante la crisi e il calo dei consumi? Non aveva compagni o amici ai quali riferire i suoi spostamenti, qualcuno che non vedendolo la mattina a colazione, la sera a messa o a cena, si preoccupasse, chiedesse notizie.
Ovviamente nessuno intende scaricare colpe sulle spalle degli ospiti del San Paolo né sui suoi superiori. Ma, anche se casi come questo possono accadere - talvolta per una serie di sfortunate circostanze, per una verifica non fatta, per le troppe occupazioni quotidiane - sarebbe un errore archiviare in fretta la morte di don Albert, senza lasciarsi interrogare da quell’abisso di solitudine vissuta da un prete africano nella Città Eterna.
Andrea Tornielli