La solitudine petrarchesca di Marcello Veneziani

«Qui giace - a pezzi - l’anima di M. V. Perciò questi brani sparsi e disordinati...». Si conclude così La sposa invisibile di Marcello Veneziani (Fazi, pagg. 168, euro 14), piccolo grande libro di memorie e aforismi, confessioni e invettive, dolorosi brandelli di vita vissuta e vagabondaggi filosofici e letterari.
Ora, se il lettore chiuderà il libro di Veneziani che ha appena letto e abbandonandosi sulla sedia guarderà verso un paesaggio ideale e sognato di colli armoniosi (anche se di fronte ha una parete o una finestra che guarda sulle rotaie del tram), fatalmente gli tornerà alla mente un celebre incipit: «Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono...». Brani sparsi, rime sparse. Il libro di Veneziani è un libro petrarchesco. L’intellettuale trecentesco e l’intellettuale di oggi affidano alle pagine una lunga meditazione sulla vita e sulla morte, scritta in perenne bilico fra l’appassionata e dolente adesione all’immanenza e la continua tentazione della trascendenza. Che è poi lei, la Sposa Invisibile, simbolo di tutto ciò che si nasconde, che si fa cercare, che conduce oltre i confini facili e noti.
«Del vario stile in ch’io piango e ragiono/ fra le vane speranze e il van dolore...». Francesco parte dall’impossibile amore per Laura (prototipo di tutte le Spose Invisibili), Marcello dalla lacerante esperienza di un matrimonio e di una famiglia che sono andati in pezzi. Veneziani: «Sto qui a morire per gradi, senza tentare di mettermi in salvo; ma di descrivere il percorso, passando da protagonista a spettatore, spargendo la mia agonia nei giorni e nelle parole; nel vano sforzo di darne un rito e una ragione...». Van dolore di Petrarca, vano sforzo di Veneziani.
Entrambi camminano alla ricerca dell’Amore, consapevoli della sua inafferrabilità, del suo finire nell’attimo stesso in cui incomincia. Scrive Veneziani: «L’amore lontano, non consumato, irraggiungibile, è l’unico che salva». Su questo sfondo desolato e nichilista, sfilano le donne che hanno incrociato la vita dell’autore: la madre, le ragazze dell’adolescenza e della maturità, le prostitute, la moglie. E poi gli amori letterari: María Zambrano, Cristina Campo, Marina Cvetaeva, Marguerite Yourcenar, Simone Weil. E le donne-simbolo: Penelope, Dulcinea, Melusina. E la Laura petrarchesca. Tutte sono riflessi della Sposa Invisibile, das ewig Weibliche che aleggia sull’autore senza mai farsi raggiungere. Forse perché la Sposa Invisibile può esistere solo nella dimensione dell’irraggiungibile. Forse perché, si domanda l’autore, la Sposa Invisibile è semplicemente il nome d’arte della solitudine. O forse è la verità. La verità «è la sposa svelata». Ma «quando finalmente sapremo la verità non ci importerà più nulla».
Questo di Veneziani è un livre de chevet poco consolatorio. Abbondano le pagine amare alternate a bellissimi squarci di paesaggi marini, il mare dell’infanzia pugliese, il solo che offre consolazione e rifugio. Veneziani non ha conclusioni filosofiche o metafisiche da offrire al lettore, né spiegazioni al vivere e al soffrire («Scrivo per non morire») ma coglie con assoluta lucidità il senso del nostro esistere, della vita che altro non è che un piccolo grumo dolente, una lesione nell’immensità profonda e perfetta del non-esistere. Quella ferita che poi siamo noi, «né beati né dannati, solo perdutamente viventi».