La solitudine di Violante

Alla vigilia del dibattito alla Camera, dominato fin qui come dice D'Alema dalle «stravaganze» dei suoi alleati rosso-verdi, sono piombate le notizie di guerra che vengono dal Medio Oriente. Dal confine libanese gli hezbollah sono penetrati in territorio israeliano, hanno ammazzato alcuni soldati e ne hanno presi in ostaggio altri. La stessa azione portata a termine da Hamas al confine di Gaza.
La reazione di Gerusalemme è stata dura, ma è la reazione di un Paese aggredito e che non può permettersi debolezze perché a essere in pericolo è sempre la sua esistenza. D'Alema ha definito «sproporzionata» la risposta israeliana. E vien fatto di chiedergli quale sarebbe mai, per gli israeliani, una risposta «proporzionata»: Israele è un piccolo Paese, lo percorri tutto in poche ore di auto, ed è la prima cosa che, come inviato alla guerra del Kippur nel 1973, scoprii facendo come altri giornalisti la spola dal Golan, ove calavano i siriani, al Sinai, ove era l'esercito egiziano.
L'attacco di questi giorni forse è più temibile: da Gaza i razzi di Hamas raggiungono le città del sud d'Israele, quelli degli hezbollah, più sofisticati e forniti da Teheran, raggiungono i kibbutz e le città dell'Alta Galilea, piovono su Haifa, una delle più importanti città d'Israele. I soldati che Hamas e gli hezbollah hanno sequestrato non sono soldati di mestiere, sono soldati di leva, a 18 anni lasciano le famiglie per due anni di servizio, e sono loro che hanno difeso in quattro guerre guerreggiate e in mezzo secolo di attentati terroristici l'unico Stato democratico in un oceano di Paesi dominati da regimi autoritari, o teocratici, che ne hanno giurato la distruzione. I ragazzi sequestrati a Gaza e al confine libanese sono vissuti dalle famiglie israeliane come figli e questo è difficile da capire per chi non conosca il dramma di questo piccolo popolo.
Resta la domanda: quale sarebbe per Israele una reazione proprozionata? I confini di Israele non hanno, alle spalle, un territorio sterminato come la Russia, che pure reagisce con ferocia agli attacchi che muovono dalla Cecenia. E lo Stato ebraico non può contare su amici sicuri, men che mai in Europa. E tutti sanno che dietro Hamas e gli hezbollah ci sono l'Iran e la Siria, nemici feroci che ne hanno giurato lo sterminio.
D'Alema ha l'aria di guardare a quello che succede laggiù con occhio freddo, e questo è forse l'errore suo, di Chirac e di una parte d'Europa. Per questo è calata una barriera assurda fra gli europei e Israele. Per gli intellettuali della sinistra israeliana come Grossmann e Yeoshua, per giornalisti come Fiamma Nirenstein e Dan Segre, Israele è oggi in pericolo come non lo è stato ai tempi in cui aveva schierati contro di sé gli eserciti arabi in una guerra simmetrica. D'Alema non può ignorare che la battaglia di Israele per la sua esistenza è cosa che ci riguarda da vicino, il terrorismo islamico che minaccia quel Paese è armato contro i crociati, contro l'Occidente ateo e peccaminoso, soprattutto libero, insomma contro di noi.
Qualche giorno fa Magdi Allam concludeva un articolo sul Corriere giudicando strano l'atteggiamento di tanti italiani, politici, intellettuali, giudici perfino, dinanzi al terrorismo del quale sembrano ignorare la pericolosità. Concludeva Allam: «Vorrei chiedere a tanti italiani: ma voi, da che parte state?». Siamo in molti, a chiedercelo.
a.gismondi@tin.it