Sollecito: "Io, vittima di un errore giudiziario"

Processo sul delitto Meredith: Amanda presenta un memoriale alla Corte in cui indica lo studente pugliese come possibile killer individuale della coinquilina inglese. Poi tocca all'ex fidanzato che si discolpa: &quot;Non farei male a una mosca e non conosco Rudy Guede&quot;. Ma vacillano gli alibi<br />

Perugia - "Vittima di un errore giudiziario". Raffaele Sollecito si proclama innocente davanti alla Corte d’Assise, dopo che questa aveva acquisito il memoriale di Amanda Knox nel quale la ragazza mette in risalto i suoi pensieri, le sue confusioni mentali e persino i sospetti su Sollecito, come killer individuale di Meredith Kercher. Queste le parole di Sollecito ribadite in una dichiarazione spontanea. "Presidente e signori della Corte - afferma il giovane ragazzo pugliese - mi chiamo Raffaele Sollecito. Mi viene difficile definire la situazione in cui mi trovo, mi sembra tutto irreale anche perché sono totalmente estraneo a questa vicenda. Io con questa situazione non c’entro, non sono una persona violenta e non mi è mai neanche venuto in mente di fare del male a qualcuno. Chi mi conosce sa che non farei male neanche a una mosca". Raffaele poi afferma di non aver neanche una conoscenza piena della vittima: "Il rapporto con Amanda era agli inizi, non c’era una conoscenza tale da far pensare chissà cosa con il mondo della casa dove viveva Amanda. E ribadisco di non conoscere Rudy Guede". Sollecito chiude la sua dichiarazione spontanea appellandosi ai giudici "sulle illazioni che sono state dette contro di lui".

Vacillano gli alibi Tutto e tutti sembrano smontare le difese di Raffaele e Amanda già dalla seconda udienza. C’è l’ispettore della polizia postale Michele Battistelli, tra i primi a giungere sul posto del delitto che, entrato in casa su invito di Sollecito, afferma di aver avuto subito grandi dubbi sull’ingresso di un ladro nella camera di una coinquiline. "I vetri erano sopra i vestiti": una prassi strana. "Prima si rompe la finestra per entrare e poi si fruga tra i cassetti. I vetri dovrebbero essere sotto gli oggetti e i vestiti gettati da terra per cercare chissà che cosa". C’è la telefonata fatta ai carabinieri che Raffaele Sollecito dice di aver fatto appena ha visto arrivare la polizia postale. Erano le 12.25 del 2 novembre del 2007. Ma quella telefonata sembra sia stata fatta alle 13, dopo l’arrivo degli agenti. C’è un altro elemento che va contro i due ex fidanzatini che affermano di aver passato la notte a casa di Sollecito. Vedendo un film, facendo l’amore e fumando molte canne. Ma il computer esaminato dalla polizia postale è stato muto dalle 21 fino alle 5.33 del mattino.

Genitori di Amanda Pochi giornalisti e pochissimi curiosi, ma i familiari degli indagati stanno lentamente prendendo possesso, come era ovvio, del processo dove rischiano l’addio per sempre alla libertà i loro cari. C’è Kurt Knox, padre di Amanda, che nella sua lingua dice di essere "fiducioso della giustizia italiana". Forse una frase di rito per smorzare gli animi dopo la valanga di accuse e insulti riversati dalla rete e dai giornali di Seattle sul Pm Giuliano Mignini. Kurt poi si fa aiutare dai suoi avvocati italiani per dire che anche "Amanda, seppur in carcere, era tranquilla".

I parenti
Tanta tranquillità nel clan per ridare un immagine diversa della ragazza che nei suoi memoriali - secondo i Pm - appare a volte scindersi e in altre occasioni rimanere imbrigliata nei suoi pensieri pericolosi? Il padre di Amanda entra in aula e lì trova la figlia. C’è sintonia tra i due: saluti, un mezzo bacio accennato a distanza. Non c’è il padre di Raffaele Sollecito. Ci sarebbe voluto essere. Ma è stato citato come testimone e quindi per lui l’aula è preclusa. Ma per "lele" dalla Puglia è arrivato lo zio - fratello del padre - e la nuova moglie del padre. Entrano in aula. Lei sembra più spaventata dall’ambiente, dal clamore che commossa, come qualcuno afferma dalla platea.