Sollievo in Vaticano: «Qui nessuno piange la caduta di Prodi»

Le reazioni della Santa Sede alla crisi: «Sui Dico un governo fragile è andato come un treno»

Roma - «La notizia della caduta del governo è giunta inattesa, ma si trattava di un esito prevedibile, anzi prevedibilissimo. Dopo ciò che è accaduto nelle ultime settimane, posso assicurarle che qui nessuno si è messo a piangere... ». Fa un sorriso sornione, l’autorevole prelato della Segreteria di Stato, mentre commenta la crisi che ha visto esaurirsi all’improvviso la breve e travagliata esperienza del governo Prodi. E se nei sacri palazzi vaticani ieri era palpabile una certa soddisfazione, la stessa atmosfera si percepiva ai vertici della Cei. «Ma chi ora grida al complotto - continua il monsignore - dovrebbe guardare in casa propria, perché Oltretevere non è stata ordita alcuna trappola: per noi è stato un dono insperato, arrivato proprio a inizio Quaresima».
La «teoria del complotto», formulata da vari ambienti, non ultimi quelli della sinistra radicale ai quali si deve il logoramento del governo Prodi, prevede che tre «poteri forti», Stati Uniti, Confindustria e Vaticano abbiano provocato la fine dell’esecutivo attraverso i loro referenti, vale a dire i senatori a vita Cossiga, Pininifarina e Andreotti. In realtà, però, quest’ultimo, al contrario di quanto qualcuno potrebbe pensare, non è solito ricevere segrete indicazioni di voto dal cardinale Ruini o dalla Segreteria di Stato vaticana. Così come è vero che Cossiga, che pure non vota a comando della Segreteria di Stato americana, aveva già anticipato il suo «no» al ministro degli Esteri D’Alema. Altra cosa, invece, è ritenere - nonostante le smentite - che nel voto di mercoledì pomeriggio abbia comunque influito il dibattito al vetriolo sui Dico e le prese di distanze dei «cattolici adulti» dalle reiterate preoccupazioni della Chiesa, e che dunque almeno i due senatori a vita cattolici Andreotti e Cossiga (quest’ultimo ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI nei mesi scorsi) abbiano in coscienza tenuto conto anche degli ultimi sviluppi, e del braccio di ferro con le gerarchie, prima di premere il pulsante per il voto.
«Pur avendo una maggioranza così fragile al Senato e così movimentista nelle sue ali estreme - spiega al Giornale un altro prelato vaticano - il governo su alcuni temi è andato avanti come un treno. La storia dei Dico è esemplare. Quale urgenza c’era di presentare quel disegno di legge? Perché farlo prima di mettere in atto politiche serie in favore delle famiglie?». Certo, appare quasi paradossale che l’inaspettata (ma non imprevedibile) caduta dell’esecutivo sia avvenuta due giorni dopo il ricevimento per i Patti Lateranensi di lunedì pomeriggio, durante il quale Prodi ha incontrato faccia a faccia il cardinale Tarcisio Bertone per poi continuare l’incontro allargato con il presidente della Repubblica, i vicepremier Rutelli e D’Alema, il cardinale Ruini. Nonostante il comunicato di Palazzo Chigi sottolineasse che si era trattato di un incontro costruttivo e gli ampi sorrisi lasciassero pensare che il clima teso dei giorni precedenti si fosse finalmente stemperato, le posizioni erano rimaste quelle di prima. Anche se Bertone aveva spiegato al premier che l’intento della Chiesa non era quello di far cadere il governo. In quelle ore nessuno degli interlocutori immaginava ciò che stava per succedere e certo proprio la politica estera del governo di centrosinistra, causa della sua caduta, è stata quella che ha ottenuto le maggiori simpatie della Santa sede. Ora però Oltretevere si considera con soddisfazione all’esito del voto al Senato, che significa il «congelamento» dei Dico.
Negli ambienti Cei sembra che in queste ore si guardi con maggior favore a un ritorno al voto, anche in considerazione del fatto che questa sembrerebbe essere la soluzione più condivisa dagli italiani. Ma non bisogna dimenticare che subito dopo le ultime elezioni politiche, mentre la maggioranza iniziava baldanzosa il suo cammino, il quotidiano dei vescovi Avvenire paventava compromessi al ribasso sulle questioni etiche, facendo capire che le preferenze del cardinale Ruini andavano per un governo di larghe intese. Ancora alla fine del mese scorso, il presidente della Cei, aveva chiesto a maggioranza e opposizione uno «sforzo comune» per uscire dalle contrapposizioni e per «cercare anzitutto lo sviluppo complessivo e solidale dell’Italia». In Segreteria di Stato, invece, sembrano parteggiare di più per un governo istituzionale che dopo una riforma condivisa della legge elettorale riporti il Paese alle urne garantendo maggioranze stabili e governabilità.