Solo 15 ministri, un governo smilzo per Sarkozy

Il nuovo premier, François Fillon, vara un esecutivo controcorrente,
con un’età media di poco oltre i 52 anni e sette dicasteri affidati a
donne. Figlia di un marocchino e di un’algerina, la Dati rivendica con orgoglio la sua origine francese

da Parigi

Il governo del nuovo primo ministro François Fillon è quello della riconciliazione nazionale dopo le bufere politiche degli ultimi decenni. Il presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, ha cominciato col piede giusto, a costo di sacrificare (almeno per il momento) le ambizioni dei suoi fedelissimi. Ma non aveva scelta, viste le due promesse da lui fatte in campagna elettorale: governo ristretto e sostanziale parità maschi-femmine. I ministri sono quindici, di cui sette donne, e ci sono anche cinque viceministri. Imponendo l’attesa a vari suoi luogotenenti, Sarkozy ha dimostrato d’essere un vero leader, capace di andare contro corrente e di insegnare la disciplina alle sue stesse truppe.
Quello varato ieri da Fillon è davvero un governo controcorrente (l’età media è di poco oltre i 52 anni), in cui alcuni personaggi testimoniano la volontà presidenziale di superare i vecchi steccati nel nome dell’interesse della Francia e anche dell’Europa. I simboli viventi dell’apertura sono soprattutto sette: Alain Juppé, Bernard Kouchner, Jean-Louis Borloo, Hervé Morin, Rashida Dati (a cui è dedicato l’articolo qui a fianco), Jean-Pierre Jouyet e infine Martin Hirsch.
Juppé - che diventa ufficialmente il numero due del governo, titolare dell’Ambiente, del Territorio e dello «Sviluppo sostenibile» - è il braccio destro «storico» di Jacques Chirac (a cui è stato fedele al punto di subire e di scontare una condanna giudiziaria senza farsi sfuggire rivelazioni imbarazzanti sugli anni in cui era suo vicesindaco a Parigi). Premiare Juppé, oggi sindaco di Bordeaux, significa aprire a Chirac, con cui i rapporti di Sarkozy sono stati talvolta delicati.
Kouchner - che diventa super ministro degli Esteri, responsabile anche degli Affari europei - è un esponente del Partito socialista, che lo ha espulso ieri con staliniana disinvoltura. È un medico, che dai tempi della guerra in Biafra, negli anni Sessanta, organizza iniziative umanitarie nei cinque continenti. Ha fondato l’organizzazione «Medici senza frontiere» ed è stato sia amministratore dell’Onu in Kosovo, sia ministro della Sanità nel governo di sinistra del primo ministro Lionel Jospin (fino al 2002). Premiare Kouchner significa aprire alla sinistra moderata e anche agli Stati Uniti, con cui egli ha sempre - anche nei momenti più difficili - cercato un dialogo costruttivo.
Borloo - che diventa super ministro dell’Economia e delle Finanze - è un imprenditore che ha sempre cercato di dar vita a relazioni di reciproca comprensione con i sindacati. Premiarlo significa aprire alle forze vive dell’economia e anche al dialogo tra le parti sociali.
Morin - che diventa ministro della Difesa - è stato nella scorsa legislatura capogruppo dell’Udf (Union pour la démocratie française, il partito del centrista François Bayrou) all’Assemblea nazionale. Premiare lui, significa aprire ai centristi e a quel 18,7 per cento degli elettori che lo scorso 22 aprile ha votato Bayrou al primo turno delle presidenziali.
Jouyet, che diventa viceministro di Kouchner, incaricato degli Affari europei - viene dai ranghi della sinistra ed è stato uno stretto collaboratore di Jacques Delors alla presidenza della Commissione comunitaria fino al 1994. Premiare lui significa aprire all’europeismo dopo lo choc del referendum con cui il 29 maggio 2005 la Francia ha rifiutato la ratifica del trattato costituzionale.
Hirsch - che diventa viceministro per la Solidarietà e la lotta contro la povertà - è il capo dell’organizzazione Emmaus, fondata dall’Abbé Pierre, recentemente scomparso. Premiare l’ex braccio destro dell’Abbé Pierre significa aprire alle forze che nella società e nella Chiesa si battono per l’aiuto ai più deboli. Tanti anni fa l’Abbé Pierre fu deputato, ma stavolta il suo successore entra addirittura al governo. La Francia cambia e proprio questa è la volontà di Sarkozy: dimostrare che può cambiare davvero.