«Solo Angela può far volare l’economia»

Lothar Spaeth: «Una vittoria del Cdu-Csu accelererà le riforme e rilancerà il Paese. Altrimenti cresceranno disoccupazione e deficit»

Marcello Foa

nostro inviato a Berlino

Lothar Spaeth è un nome che conta molto nella Germania di oggi. È stato a lungo uno dei leader della Cdu; poi, nel ’91, imprenditore nella ex Ddr, alla guida della Jenoptik-Carl Zeiss, trasformata in solo cinque anni, da azienda statale a multinazionale moderna quotata in Borsa. Ora è nel Gotha della finanza: a capo di Merrill Lynch Germania e vice presidente europeo del gruppo. Un testimone brillante della realtà tedesca, come dimostra in questa intervista concessa al Giornale alla vigilia delle elezioni.
Dottor Spaeth, molti economisti dipingono un quadro preoccupante dell’economia tedesca, ma secondo l’Ocse la Germania è già sulla via della rinascita. A chi credere?
«A tutti e due. Il lato positivo: molte società tedesche hanno saputo ristrutturarsi con successo; inoltre il governo Schröder negli ultimi tre anni ha avviato una riforma parziale del mercato del lavoro che sta dando i primi frutti. Ma c’è un lato negativo».
Quale?
«Questi sforzi sono insufficienti per garantire la prosperità del Paese. La posta in gioco in queste elezioni è molto chiara: se vince la coalizione tra Cdu-Csu e liberali il Paese continuerà, anzi accelererà, la deregolamentazione e il rilancio dell’economia tedesca. In caso, invece, di una Grosse Koalition, cioè di un governo tra la Cdu-Csu e i socialdemocratici, il processo rischia di fermarsi, perché le logiche di breve periodo e i veti di partito prevarrebbero sugli interessi del Paese, dunque senza affrontare alla radice i problemi del Paese quali i deficit pubblici, la crescita economica, la disoccupazione».
Ma i tedeschi sono pronti a una svolta radicale? Secondo i sondaggi la maggior parte preferirebbe proprio una Grosse Koalition...
«I tedeschi non sono contrari alle riforme, però devono capirle e assimilarle. Tre anni ci fu un dibattito sui “posti di lavoro a 400 euro”, con il sostegno di un regime fiscale e previdenziale particolare. La gente si chiedeva, con scetticismo: possono funzionare in Germania? Oggi quella legge ha permesso di creare 7 milioni e 400mila posti. Se non ci fosse stata oggi non avremmo 5 milioni di disoccupati, ma 12 milioni. E infatti nessuno la contesta».
Se vince il centrodestra la Merkel si comporterà come la Thatcher?
«Non ci sarà una rivoluzione, i tedeschi non la accetterebbero. Per i prossimi 4 anni nessuna flat tax. Realisticamente bisogna aspettarsi: primo, un mercato del lavoro più flessibile, soprattutto nelle piccole e medie imprese. Secondo: una semplificazione del sistema fiscale e una riduzione delle aliquote, per i cittadini ma anche per le società. Terzo: una diminuzione progressiva degli oneri sociali, che oggi sono esorbitanti. Solo così si può recuperare competitività».
E la sinistra invece cosa propone?
«Anche la sinistra è costretta a seguire questa strada, Schröder e i verdi ne sono consapevoli. La differenza riguarda la velocità: sostenuta con la Merkel, lenta con loro».
L’Est resta un nodo irrisolto. Lei ha rilanciato la Jenoptik, ma è un successo quasi isolato; perché l’ex Ddr non decolla?
«Primo: nessun grande società tedesca ha stabilito la sua sede centrale nei länder dell’Est. E questo impedisce lo sviluppo dei servizi che gravitano attorno ai grandi gruppi. Quando entrai a Jenoptik lasciai il quartier generale a Jena: chi voleva parlare con noi doveva venire nell’ex Ddr, il che ha favorito un forte indotto attorno alla Jenoptik. Secondo: la Germania ha molti ottimi centri di ricerca, ma mancano i canali per trasferire le innovazioni alle aziende. Dunque bisogna dar prova di inventiva. Ad esempio creare nei länder dell’Est in zone poco sviluppate dei grandi poli di ricerca orientati alla produzione, al mercato; questi poli attirerebbero spontaneamente molte nuove aziende e dunque creerebbero occupazione. Fantasia, originalità, spirito imprenditoriale; solo così l’Est può rinascere».
Ma nell’ex Ddr la gente continua ad avere una mentalità assistenzialista; pretende che sia lo Stato a risolvere ogni problema...
«È vero, ma oggi vediamo all’opera i primi giovani imprenditori. Sono laureati in Economia, hanno viaggiato negli Stati Uniti. Loro hanno la mentalità giusta, ma sono ancora pochi. È una questione generazionale: l’ex Ddr ha ancora bisogno di tempo per rinascere davvero».
marcello.foa@ilgiornale.it