Solo Berlusconi può battere il «regime soffice»

Forse Berlusconi dovrebbe dichiarare, come Vittorio Emanuele II, di «non essere insensibile al grido di dolore che da tante parti d'Italia si eleva verso di lui». La ragione è che il governo della sinistra ha convinto il popolo di centrodestra, e non solo quello, che si sta instaurando un regime mediante l'occupazione di tutto ciò che è potere da parte dei Ds e dei loro alleati. Oggi Tremonti ha molti più seguaci di Visco, anche a sinistra, e, dopo la finanziaria, ne avrà ancora di più.
Berlusconi ha voluto interporre un periodo di silenzio tra la vittoria negata e il rilancio politico. Lo ha colmato con lo spettacolo della vacanza in Sardegna, con il suo viaggio a Marrakech, con l'ostentazione del suo vivere privato. La ricchezza che Berlusconi esibisce non suscita invidia, ma ammirazione: questo mostra quanto il temperamento italiano sia mutato, o sia tornato sé stesso, se l'invidia sociale è ormai così superata. Berlusconi ha avuto il coraggio di chiamare comunisti i postcomunisti e i neocomunisti, il Ds e Rifondazione; ha cioè negato che il Ds sia un partito socialdemocratico che rappresenta i sindacati ed ha affermato che esso conserva la sua passione leninista, l'occupazione del potere, anche in chiave formalmente democratica. La riforma del postcomunismo è stata soltanto questa: rinunciare all'utopia per prendere meglio il potere. Non fu questa la vera scelta di Lenin, nello slogan: «Tutto il potere ai soviet?» (che non lo ebbero mai, lo prese il partito).
Guzzanti scrive che la posizione da lui sostenuta è un «anticomunismo liberale, democratico e di sinistra». Capisco anche il «di sinistra» perché, dopo De Gasperi, il vero anticomunista italiano fu Bettino Craxi, che commise solo l'errore di non esserlo abbastanza.
L'italiano medio che lavora, che produce e che costruisce sulle sue forze il suo futuro, vede con preoccupazione i poteri pubblici diventare poteri di partito e che le alleanze dei postcomunisti sono subalterne ad essi. Oggi Forza Italia e la Casa delle libertà avrebbero molti più voti perché gli elettori sanno che Berlusconi, quando attaccava i comunisti, non era arretrato nel passato, ma totalmente contemporaneo. I postcomunisti praticano un «leninismo debole», che si riserva la decisione su ogni aspetto del potere, anche quando ne lascia la gestione a soggetti di altre parti politiche a lui collegate. Il controllo sul potere consiste nel decidere chi lo ha e chi non lo ha.
Berlusconi è il solo in Forza Italia che parli di anticomunismo, di regime soffice, che dice cioè ciò che gli italiani vivono sulla loro pelle: come lavoratori autonomi, come proprietari di case, come titolari di conto corrente, come professionisti e anche come giovani dal lavoro a tempo determinato. Ci votano le donne che hanno il senso della realtà. Il silenzio di Berlusconi spaventa il suo popolo che quando vede i progetti di legge sul conflitto di interessi e sulla televisione capisce quale sia la strategia dei Ds: allontanare dalla politica l'unico uomo erede delle migliori tradizioni democristiane e socialiste. L'essere un potentato economico è stata una delle condizioni che hanno consentito a Berlusconi di divenire un leader politico: la proprietà ha difeso la libertà. Gli alleati di Forza Italia non hanno avuto la medesima lucidità di Berlusconi. Casini e Fini si sono associati nel delegittimare l'anticomunismo, Fini ha persino cercato una mutua legittimazione di postfascisti e postcomunisti: come se gli eredi dei totalitarismi avessero la capacità di dare patenti di merito in nome della democrazia. Guzzanti ha ragione nel chiedere una manifestazione di piazza che il Corriere ha interpretato come un «girotondo». Quella che Guzzanti evoca è una manifestazione per eccesso di consenso verso il leader, non per eccesso di dissenso come quello di Nanni Moretti, il giornalone ha capito male la questione. Bene Guzzanti, il solo problema è quello di stabilire il contatto tra il leader e il suo popolo.
Il partito esiste, Bondi e Cicchitto si sono impegnati con efficacia, Fabrizio con una punta di anticomunismo che viene dall'essere stato socialista ancorché lombardiano. Ma occorre stabilire un punto fondamentale: non illudersi sulle larghe intese o sulla grande coalizione. Se penso che siamo stati tentati di scegliere D'Alema come presidente della Repubblica capisco che vi è stato del disorientamento anche nel vertice. Solo dopo aver lanciato alla grande il patto tra leader e popolo è possibile pensare a radicare in sede comunale il partito. Solo enunciando il «leninismo debole», è possibile aggregare attorno al leader il popolo e dare motivazioni per un impegno di militanza organizzata. Sappiamo bene che lo scopo dei Ds è quello di abolire, con Berlusconi, il singolare carisma che fonde l'alternativa e quindi la libertà. Di fronte alla potenza postcomunista, sostenuta dall'invincibile armata del potere in Italia, la magistratura, noi possiamo porre un popolo disarmato ma forte della sua realtà economica sociale. Di cui Berlusconi è il punto di riferimento e possiamo vincere.
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