Solo comici e cinepanettoni ci salvano dal naufragio

Il bilancio del botteghino. Il mercato complessivo tiene anche grazie alle pellicole in 3D ma le nostre produzioni arretrano: solo tre film nei primi dieci. Ex e Baarìa si fermano all’undicesimo e dodicesimo posto

Roma - Il grande vecchio è malato cronico e invece di dargli cure da cavallo, lo tengono in vita a minestrine riscaldate, che rischiano di ucciderlo. Però una volta all’anno gli arriva un bel panettone, a farlo alzare dal letto. È questa la metafora del cinema italiano, ieri alla sbarra del bilancio consuntivo d’autunno, chiaro nelle sue cifre desolanti di fine anno. La tenuta del cinemercato, infatti, nel suo complesso si deve alle pellicole straniere di grande impatto (da L’Era glaciale 3 - L’alba dei dinosauri a Madagascar 2, entrambi pensati per la platea mini, mentre Angeli e demoni o la saga di Harry Potter si rivolgevano a un pubblico più adulto, piazzandosi tutti nella top ten del periodo più recente). Ma basta il cinepanettone (Natale a Rio, in terza posizione con i suoi 24.678.792 euro d’incasso, l’anno scorso al primo posto con Natale in crociera e un guadagno di 23.461.775 euro) a dare ossigeno sufficiente all’asfittica produzione nazionale?

Complessivamente, il mercato del cinema 2009 tiene rispetto all’anno scorso, quanto a quota mercato (c’è una leggerissima flessione dello 0,42%) ma aumentano nello stesso periodo - 1 gennaio-22 novembre 2009 - gli incassi (+4,85%). Quest’ultimo dato è dovuto all’aumento degli schermi in 3D che hanno un biglietto maggiorato.
Ma i dolori e le pene riguardano le nostre produzioni. In sostanza, se dal 2007 al 2008 nei primi dieci posti della classifica, figuravano ben cinque film made in Italy grazie a un’infornata giusta, tra commedia (Una moglie bellissima, Grande, grosso e... Verdone, Scusa, ma ti chiamo amore) e denuncia (Gomorra), nell’anno che volge al termine, solo tre spiccano nella decina dorata (Natale a Rio, Il cosmo sul comò e Italians) mentre Ex e Baarìa si classificano all’undicesimo e dodicesimo posto. Così, se ieri, alla Casa del Cinema, Carlo Bernaschi, presidente dell’Anem (Associazione nazionale esercenti multiplex), Michele Napoli, presidente dei distributori Anica, Paolo Protti, presidente dell’Anec (Associazione nazionale esercenti cinema) e Riccardo Tozzi, presidente dei produttori Anica, riuniti intorno alle «Giornate professionali di Cinema» (a Sorrento dal 30 novembre al 4 dicembre), s’industriavano a girare intorno al dramma annunciato, alla fine è venuta fuori l’essenza dello scollamento tra cinema e pubblico (ce n’è un quarto secco in meno, rispetto al 2007-2008). «Non è colpa dei multiplex, o delle sale cittadine, che stanno chiudendo una dopo l’altra: i film italiani non hanno avuto il consenso del pubblico. Ci rendiamo conto che il cinema generazionale non va più», puntualizza Michele Napoli, facendo capire che il successo delle proiezioni in 3D è andato a bilanciare l’insuccesso del resto (e per questo tutto si tiene, sebbene Oggi sposi e Amore 14, i «film generazionali», abbiano avuto esiti modesti). «C’è un pubblico da recuperare. E auspico un tavolo permanente di confronto tra esercizio e produzione», commenta Carlo Bernaschi, per il quale «il 3D è diventata una solida, piacevole realtà». L’Italia è all’avanguardia, in Europa, per quanto riguarda la tecnologia in 3D e il sistema del tax-credit, in agenda legislativa, fa ben sperare in nuovi investimenti tecnologici. Ma l’inedito dato allarmante d’un calo della quota di mercato del cinema italiano resta lì a farci capire molte cose. Soprattutto se guardiamo agli Usa, forti d’una componente stabile e di una vocazione a innovare, del tutto assente da noi. Chi, in Italia, avrebbe distribuito Paranormal Activity, campione americano d’incassi, girato su un letto, in sette giorni, pochi spicci e telecamera a spalla, dallo sconosciuto Oren Pali?

«Negli anni Ottanta e Novanta si è fatto brutto cinema autoreferenziale, è vero, ma già nel Duemila ci eravamo stufati di fare la lagna, per cui abbiamo prodotto film né piagnoni, né assistiti dallo Stato. Abbiamo film molto pensati, ma dobbiamo capire che il linguaggio del cinema italiano è ormai superato. E che, forse, ci siamo impigriti nella nostra rendita di posizione: occorre puntare su una maggiore creatività. Ripensando anche a tecniche diverse per fare marketing», riconosce Riccardo Tozzi. Basterebbe prendere sul serio i nostri ragazzi e il loro approccio al consumo: guardano i film in Internet, poi ne discutono su Facebook.