Solo la Consulta può decidere chi grazierà Sofri

Paolo Armaroli

Il ministro Roberto Castelli, leghista puro e duro, è un uomo tutto d’un pezzo. Quando promette o minaccia una cosa, cascasse il mondo la mantiene. Fatto sta che l’operazione subìta da Adriano Sofri, che ancora versa in condizioni critiche e che perciò ha già ottenuto dal giudice di sorveglianza la sospensione della pena, ha indotto il Guardasigilli a riconsiderare la questione della grazia in suo favore. Ma guai a parlare di giravolte. Chi ventila simili sciocchezze non conosce evidentemente il personaggio. Del quale tutto si potrà dire, salvo che sia la reincarnazione di Charles-Maurice Talleyrand-Périgord.
Chi era costui, è ben noto. Vescovo di Autun e duca di Benevento, fu per eccellenza uomo per tutte le stagioni: ministro degli Esteri di Barras, del generale Bonaparte, dell’imperatore Napoleone, infine - ennesima capriola - ministro di Luigi XVIII. E altrettanto nota è la sua giustificazione. A suo avviso, non era lui a cambiare. No e poi no. A cambiare erano i tempi. Ora, da due anni a questa parte Castelli ha detto e ridetto di stare dalla parte di Abele, vale a dire di Calabresi, e non già di Caino, individuato in uomini di Lotta Continua come Sofri e Bompressi, condannati a ventidue anni di reclusione perché ritenuti responsabili dell’omicidio del commissario di polizia. Perciò si è dichiarato sempre contrario alla concessione di un atto di clemenza nei loro confronti.
Di punto in bianco ha forse cambiato opinione? Castelli lo nega fermamente. Sostiene di non essere cambiato lui ma i fatti. Come non dargli ragione? Pertanto ha dato mandato agli uffici di studiare i precedenti, che soprattutto in diritto costituzionale hanno la loro brava importanza. E ha lasciato altresì capire che nel giro di pochi giorni potrebbero registrarsi importanti novità. Che, tradotto dal politichese, altro non può significare che un atto di clemenza. I dietrologi, che da noi sono di casa, hanno almanaccato sulle parole pronunciate dal ministro. C’è chi è sicuro di un provvidenziale intervento di Bossi. E c’è chi ha notato che il Guardasigilli non poteva restare indifferente alle invocazioni di una intera classe politica, senza distinzione di parti, a favore della concessione della grazia.
Non possedendo la sfera di cristallo, è ancora possibile tutto e il contrario di tutto. Ma una cosa è certa. Anche nella probabile ipotesi che Castelli non si opponga più alla concessione di un atto di clemenza a favore di Sofri, il conflitto di attribuzione sollevato dal presidente Ciampi nei confronti del ministro resta in piedi. Prima di tutto perché è insorto a proposito del diniego di grazia a Bompressi opposto da Castelli. E poi perché la Corte costituzionale è chiamata a interpretare una disposizione della nostra legge fondamentale. Ecco il busillis: l’atto di grazia è una prerogativa esclusiva del capo dello Stato oppure abbisogna dell’assenso del Guardasigilli?
Una consuetudine costituzionale che risale allo Statuto albertino ha sposato questo secondo corno del dilemma. E lo stesso presidente Ciampi in un primo tempo non ha avuto nulla da ridire. Dopo di che ha rivendicato a sé il potere di grazia. Probabilmente ha preso atto che la maggior parte dei costituzionalisti ha ribaltato una tesi che per il vero in precedenza qualcuno di loro aveva sostenuto a spada tratta. Basti citare i casi di Amato e Manzella. E poi Ciampi ha inteso raccogliere il grido di dolore levatosi da larga parte dell’opinione pubblica e della stessa classe politica, alla cui testa si è messo da subito quel simpatico «rompiscatole» di Pannella, che ha ricattato un po’ tutti con gli scioperi della fame e della sete. Ormai il Rubicone è stato attraversato. E la parola passa alla Consulta, che emetterà il suo verdetto di qui a poco.
paoloarmaroli@tin.it