Solo felici sorprese con l’imperatore e il suo mattatore

Cosa dire di uno spettacolo che «vive» da 18 anni, che ha superato le 500 repliche, che è stato applaudito in tutto mondo e del quale si è già molto detto, scritto e letto? Forse che non si tratta più semplicemente di uno spettacolo. Sì, perché Memorie di Adriano, capolavoro di Maurizio Scaparro e Giorgio Albertazzi ispirato all’omonimo romanzo di Marguerite Yourcenar e che ha debuttato a Tivoli nell’89, è ormai un’opera fondante della civiltà teatrale contemporanea; una pietra miliare destinata a essere ricordata, studiata e amata anche in futuro. Complice la splendida partitura di un libro filosofico e profondo che parla di Adriano (imperatore di Roma tra il 117 e il 138 d.C.) per parlare dell’Uomo e della vertiginosa fragilità dell’esistenza. Complice la rigorosa linearità di una regia sobria ed elegante. Ma complice soprattutto la straordinaria prova di Albertazzi, qui compenetrato a tal punto del suo personaggio da non «recitarlo» neppure più. Artefice di un miracolo che riguarda da vicino l’arte dell’attore, il rapporto intimo tra l’interprete e il suo demone. Un miracolo di cui la storia del teatro ci fornisce pregevoli testimonianze. Basti pensare al grande David Garrick/Riccardo III, a Tristano Martinelli/Arlecchino, a Tommaso Salvini/Otello e, ancora, a quel Ferruccio Soleri/Arlecchino che da oltre cinquant’anni porta in scena le fameliche peripezie del Servitore di due padroni firmato da Strehler.
Basti pensare dunque proprio ad Albertazzi/Adriano, un unicum dove il personaggio prende spazio dentro l’anima e la vita dell’interprete poco a poco, con naturalezza ma pure con dolce prepotenza. Era una calda serata estiva di tre o quattro anni fa quando assistemmo allo spettacolo a Tivoli, in una Villa Adriana immensa e silenziosa che ci era parsa molto più di un semplice sfondo: nel muto splendore della sua architettura antica, delle statue, delle piscine, rivivevano i resti di un’epoca e di un sogno imperiale a noi improvvisamente vicini. Ritrovare quell’allestimento sul palcoscenico spoglio dell’Argentina, in un immenso spazio nudo e sgombro di ogni richiamo storico, e perciò tanto più capace di ergersi a vero e proprio theatrum mundi, fa effetto. Quasi che adesso, a distanza di anni dalla prima lettura, in questi nostri tempi così cupi e angosciosi, attore e regista abbiano voluto fare una scelta di ulteriori semplicità e mestizia. Quasi che, cioè, la parabola di Adriano - imperatore che parlava in latino ma «pensava e sentiva in greco» - oggi possa insegnarci ancora di più di allora. È sufficiente predisporsi sereni all’ascolto. Al resto pensa Albertazzi, con l’insuperabile efficacia di una recitazione votata ai silenzi, alle pause, allo straniamento, al raziocinio. Qualità che non sono sinonimo di distacco freddo. Semmai, al contrario, implicano appropriazione profonda, compassione partecipata al sentire dell’altro. Ecco allora che questo imperatore filosofo così accorto, così consapevole della caducità della vita, dell’effimero tempo dell’amore, della bellezza, della gioventù, del potere e della fama, ora ci sembra, nella sua dizione scivolata e antiretorica, persino più comunicativo, più umano. E non è un caso che nel nuovo programma di sala siano state stampate, una accanto all’altra, la locandina del debutto e quella di quest’ultima edizione: nella prima, la fisionomia di Adriano/Albertazzi è ben definita; nella seconda, invece, viene ritratto in penombra, sfumato nei contorni e nell’abito. Il distacco si traduce dunque, nell’attore ultraottantenne, in assoluta disillusione di fronte alla Storia, in matura presa di coscienza di come il bello e il buono della nostra radice culturale siano andati smarriti per sempre. Persino i ricordi di questo vecchio compassato ma energico - che in scena prendono le sembianze di Gianfranco Barra (l’antico maestro), Maria Letizia Gorga (l'imperatrice Plotina), Illya Kun (l’amato Antinoo) e che vengono spesso sottolineati dalla bella voce di Evelina Meghnagi - somigliano a evocazioni vaghe e inafferrabili. Decise però a rafforzare la necessità di un dire che parla a tutti e che sa farsi, miracolosamente, teatro eterno.
Fino al 21 gennaio. Info: 06/684000346.