«Un solo gruppo di centrodestra alle Camere»

Alessandro M. Caprettini

da Roma

È una bella accelerata quella che Silvio Berlusconi imprime all’unità delle forze del centro-destra, dopo una fase di surplace. Sarà che avrà annusato la possibilità di rivincere; sarà che ha voglia di lasciare una eredità importante alla politica italiana; sarà che pensi che mai come ora il progetto è a portata di mano. Fatto sta che ieri, irrompendo al convegno del «comitato di Todi» - filiazione della fondazione Liberal di Adornato con annessi alleati - disegna strategie, filosofie e tempi. Non mancando di tornare a dire di esser prontissimo «ad un passo indietro» qualora fosse necessario. «Io - dice - voglio essere una risorsa, non un problema!». La leadership, insomma, torna a ripetere, la si deciderà tutti assieme.
Fa sul serio, il Cavaliere, che tra l’altro lancia un messaggio amichevole più che un amo alla Margherita e ipotizza una nuova legge elettorale. E ci tiene a batterlo, il chiodo. «Credo sia chiaro a questo punto - fa notare con un pizzico di civetteria - che la mia non era una mossa improvvisata né tattica. Ma un grande progetto storico di grande importanza strategica per la democrazia italiana». Una «nuova cosa» per tutto il centro-destra, dunque. Non un partito, però. Agli italiani, spiega, quel termine non piace troppo. «Alleanza, movimento...», si vedrà. L’importante è che abbia «libertà» nel nome, perché fu per la riaffermazione di quel principio che si mosse 10 anni fa ed è per quella che si continua a battere.
E le novità non finiscono qui. Dice di sì, il presidente del Consiglio, alla «incompatibilità» tra incarichi di partito e di governo. Ritiene sia migliore una forma dialettica tra palazzo Chigi e la nuova «cosa»; anche per non perdere i collegamenti con la società. Vuole anzi che l’alleanza o quel che sarà, sia «aperta», con rapporti organici con le forze che si muovono nel paese. Ipotizza anzi «assemblee di categorie» che scelgano di entrare nel nuovo soggetto.
Ed ha fretta, Berlusconi. Ritiene che già «entro l’estate» si possa varare una sorta di costituente che metta nero su bianco «valori, programmi, regole democratiche» e azzarda come già a settembre i gruppi parlamentari si possano unificare. Non si può lasciar passare il tempo, del resto. «Il rischio - ammonisce - è perdere una occasione storica. Se si va per le lunghe - ricorda - incertezze e precarietà potrebbero depotenziare il nostro obiettivo facendoci tornare sulla strada dei veti reciproci e dei binari morti».
Con chi allora questo nuovo soggetto? Fini? «Certamente sì» annuncia Berlusconi. L’Udc? «Chiedetelo a loro», recita sornione, ben sapendo che Casini pare ormai convinto della strada indicatagli. E la Lega? Qui il terreno è scosceso, ma il Cavaliere procede come chi lo conosca ormai a menadito. «Ho parlato di movimento unitario e non unico perché la Lega non ci sarà, ma ha già manifestato interesse a federarsi». Un suo accenno alla necessità di mantenere comunque i diversi simboli degli alleati nella scheda elettorale per le prossime politiche fa germogliare in realtà qualche dubbio nell’uditorio. Come mai tanto affanno alla ricerca dell’unità e poi, al voto, ognuno per conto suo? Tabacci (Udc) lo trova contraddittorio. Calderoli (Lega) ironizza sulla chiara «antitesi» del nascituro che vede - come dicono in Toscana - «durare come un gatto sull’Aurelia». Ma Berlusconi, che dopo il saluto in apertura torna nel pomeriggio per ridire la sua, spiega senza esitazione che il problema è solo tecnico. Evita di riferire quanto ha visto sugli ultimi sondaggi sottopostigli (e cioè che la Casa delle libertà rischia di perdere palate di voti se non compaiono i simboli di tutti i suoi partecipanti) ma fa capire che non c’è contraddizione. Poi in serata il chiarimento: alle elezioni del 2006 «ci sarà il simbolo del partito nuovo» del centrodestra «con accanto tutti i simboli delle forze politiche che convergeranno nella nuova formazione politica appena dopo le elezioni». Lo afferma Silvio Berlusconi lasciando Palazzo Chigi. Il premier spiega di avere parlato del progetto con Marco Follini che, dice, «non era informato» di tutti i particolari. Legge elettorale permettendo.
Eh già. Perché nei 10-11 mesi che ci separano dalle politiche, Berlusconi pensa che qualcosa si possa anche fare, in materia. Accenna alla necessità di cambiare «alcuni difetti» (revisione dei collegi, scorporo) delle attuali norme. Ma fa trapelare anche che se ci fossero le condizioni si potrebbe andare oltre. E all’Ulivo, in proposito, lancia un avvertimento: «Non venite a dirci che non si cambiano le regole in corsa perché il tempo c’è; e proprio la sinistra ci ha insegnato come si possa addirittura cambiare la Costituzione a pochi giorni dall’apertura delle urne e con soli 5 voti di maggioranza...».
Ma ad una parte della sinistra tende anche a sorpresa una mano, Berlusconi. E più esattamente a Francesco Rutelli «che - osserva - mi sembra stia in una compagnia che non gli piace poi molto...». Non un vero e proprio appello all’unità rivolto alla Margherita, ma un segnale di dialogo lo lancia. E di quelli chiari a sufficienza. Trova infatti che in quell’area si è avviato un «processo di ripensamento» complici forse le vicissitudini referendarie e così invita coloro che si riconoscono nei dielle «a lasciare una collocazione innaturale e a costruire con noi la grande casa dei moderati e riformisti» evitando di «farvi autoannullare in una coalizione con Rifondazione che lo stesso Rutelli ha definito ad egemonia comunista!». Un invito garbato, poco più che un saluto cordiale. Ma è da tempo che non si lanciavano messaggi di questo tenore verso il fronte avversario. La novità non è di poco conto anche se le prime reazioni da parte della Margherita non sono affatto state entusiastiche.
Si vedrà anche qui. Ma è un fatto che da ieri Berlusconi è tornato al passo da carica. Offre progetti concreti, chiede risposte a breve. In ballo non c’è tanto il mantenimento della maggioranza. Ma il futuro del blocco moderato in Italia.