Solo Guardiola come Mou «Ma in Italia l’abbiamo trattato veramente male»

Pepp Guardiola sta al Barcellona e alla Liga come Josè Mourinho sta all'Inter e alla serie A. È un sovrano. In Spagna si è giocata una giornata in meno, di campionato, il dominio dei blaugrana è ancora più accentuato. A -6 c'è una sola squadra, il Villarreal di Giuseppe Rossi, mentre il Valencia terzo è a -8. Il dato più eclatante sono i gol realizzati, 44 in 14 giornate, per una media di tre abbondanti, ovvero quasi il doppio di quelli nerazzurri. La differenza fra il Barça e l'Inter è tutta lì. In Catalogna si gioca per lo spettacolo.
Pepp Guardiola compirà 38 anni fra un mese, la scorsa stagione ha allenato la seconda squadra del Barcellona, come erede di Frankie Rijkaard non era atteso così strabiliante. Per due anni, dal 2001 al 2003, era stato in Italia. L'aveva portato Gino Corioni, al Brescia. «Era facile prevedere - racconta il presidente - che potesse diventare un bravo allenatore. Era un leader vero, un uomo intelligente, posato, una brava persona, anche spiritosa. Aveva concorso anche alla presidenza del Barcellona, perdendo di poco, nell'ultima elezione: il club ha 100mila soci e ciascuna delle 19 circoscrizioni della città esprime un parere».
Guardiola è passato da Brescia lo scorso inverno, per una cena con il presidente. Da noi peraltro non era riuscito a dimostrare il suo valore. «Arrivò a 30 anni, dopo 6 scudetti. Venne squalificato subito, per 4 mesi, per un doping che era soltanto nella fantasia dei controllori. Colpa di una polvere che gli aveva preparato il suo medico e che prendeva da quando era diventato maggiorenne. Dopo 12 anni saltò fuori, solo da noi, che era vietata».
Al termine della partita con il Piacenza, il 21 novembre 2001, risultò positivo al nandrolone. Addirittura venne condannato a sette mesi di prigione. Per essere scagionato, Guardiola si rivolse a Jordi Segura, membro della commissione antidoping del Cio, che confermò che il suo corpo produceva più nandrolone del normale. Ed è stato assolto definitivamente nel novembre 2007.
«In Italia l'hanno fatto soffrire l'iradiddio. Un campione come lui meritava un trattamento diverso. Nel 2002 lo cedemmo alla Roma, disputò soltanto 4 partite, anche perchè Capello aveva quasi una decina di centrocampisti, poi tornò da noi a gennaio».
È strano che fosse venuto proprio al Brescia, società di provincia, adesso in B, anche se allora c'era Roberto Baggio. «Ha grande personalità, prima di venire da noi ebbe un leggero dissidio con il Barcellona, anzichè fare polemica decise di fare quest'esperienza italiana, particolare. Con Baggio si trovò bene per forza: due campioni intelligenti non possono che andare d'accordo. Io non gli ho offerto la panchina del Brescia perché è come se l'avessi offerta a Gianni Rivera, quando smise di giocare: dai piedi al cervello, era rossonero. E Guardiola non poteva che allenare il Barcellona. Qui è stato contento di lavorare con Mazzone, credo che qualcosa abbia imparato anche da lui».