«Solo i segni nel muro lasciati dalle pallottole»

È ciò che è rimasto di una madre uccisa il 6 maggio del ’45

Qualche tempo fa ho incontrato casualmente una persona che avevo conosciuto durante i giorni del dopoguerra, c’eravamo incontrati qualche volta ed ora, dopo tanto tempo, un improvviso rincontrarsi. Siamo invecchiati, era passato tanto tempo ma ci siamo riconosciuti: lui era Giorgio C. Dopo i soliti convenevoli ho notato che sorreggeva un magnifico mazzo di rose gialle.
Con discrezione ho chiesto a chi erano destinate (sapevo che non era sposato). Con un mesto sorriso mi ha risposto: «Ti posso raccontare una storia triste? So che ti piace scrivere, ti autorizzo a raccontarla...».
«Maggio 1945. Con mia madre abitavamo in uno sperduto paesino dell’entroterra ligure. Mio padre (fascista Marcia su Roma) aveva aderito alla repubblica di Salò. Non so in quale corpo si fosse arruolato seppimo soltanto che era stato ucciso, nessuna notizia su dove e come fosse successo, né dove il suo corpo fosse stato seppellito.
Dopo il 25 Aprile lasciammo furtivamente l’appartamento che abitavamo in città e ci stabilimmo in quella nostra piccola casetta nell’entroterra. Pochi i soldi rimasti, pochi gli ori ed i gioielli ancora in possesso.
Le persone del paese ci ignoravano, soltanto il parroco Don Mario ebbe per noi aiuto e parole di consolazione. Io gli facevo volentieri da chierichetto (ero l’unico ragazzino della contrada). Il 6 maggio verso le 11 quattro uomini, fazzoletto rosso al collo, irruppero in casa. Nonostante le proteste di mia madre rovistarono nelle stanze mettendo a soqquadro le suppellettili.
Si impossessarono dei nostri pochi averi e intimarono alla mamma di seguirli. Quello che sembrava il capoccia sghignazzando disse: «Avanti muoviti, sporca fascista, devi rendere conto del tuo passato» (mia madre era stata dirigente di una sezione del partito). Lei tentò invano di resistere, ma fu tutto inutile, il mio tentativo per fermarli ebbe come risultato un ceffone che mi sbattè contro lo stipite della porta. Svenni e quando mi ripresi mi trovai con il viso insanguinato e il naso rotto.
Fu ancora Don Mario ad aver cura di me, mi alloggiò in canonica. Cercò vanamente di sapere dove era finita mia madre, non venne a capo di nulla, per quanto avesse chiesto soccorso anche alle autorità ecclesiastiche.
Io non avevo altri parenti (i nonni erano morti da un pezzo). Fu ancora Don Mario a collocarmi in un collegio e fu sempre grazie a quel santo uomo che riuscii ad affrontare in seguito le tribolazioni della vita.
Tanti anni dopo tornato al paese chiesi cautamente a qualcuno degli anziani se ricordavano quel triste episodio: mutismo assoluto. Lasciai il mio indirizzo e il numero telefonico. Fu una voce anonima di donna a chiamarmi, disse che voleva parlarmi lontano da occhi indiscreti. Era stata involontaria testimone dell’uccisione di mia madre. L’avevano fucilata assieme ad altre due donne contro il muro del cimitero. I corpi erano stati portati via, non sapeva altro.
Nel muro ebbi la conferma dai segni lasciati dalle pallottole. È così che ogni anno alla ricorrenza della festa della mamma salgo al paese a posare sul bordo del muro... un mazzo di rose gialle».