«Solo io ho fatto abbracciare il Cavaliere e il Professore»

«Nel mio libro li ho ritratti insieme in copertina. E se davvero si alleassero nel 2006?»

Massimiliano Lussana

Giorgio Forattini non disegna vignette. Giorgio Forattini le vive. E non è uno slogan, una frase ad effetto, un facile complimento. È una semplice constatazione: basta aprire il suo ultimo libro, Coalizione da Tiffany, a pagina 7 e guardare la prima vignetta. C’è un autoritratto al tavolo da disegno e Giorgio che esclama: «Non un giorno senza un segno!», con la didascalia che spiega trattarsi di una citazione dalla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: «Nulla dies sine linea».
Ecco, non c’è giorno in cui Forattini non disegni. Anche da quando non ha più il suo appuntamento quotidiano con i lettori, prima su Repubblica e poi alla Stampa. Ieri, ad esempio, mentre ascoltava i telegiornali e le notizie sempre più drammatiche che arrivavano da Parigi, la città che in qualche modo l’ha adottato, la matita è partita quasi da sola, il parallelo con l’Italia pure, e il risultato potete vederlo oggi sulla nostra prima pagina. È proprio questo il valore aggiunto di Coalizione da Tiffany, che arriva in libreria in questi giorni edito da Mondadori (16 euro), rispetto a tutti gli altri libri recenti del disegnatore più popolare d’Italia: gran parte delle vignette sono inedite, perchè da febbraio Giorgio ha mantenuto solo il suo appuntamento settimanale con Panorama. E, a maggior ragione, il libro è di quelli da non perdere.
Forattini, non sarà mica un Santoro delle vignette? Dobbiamo aspettarci un altro autoritratto in cui implora: «Rivoglio la mia matita»?
«In un paese dove si parla molto, a sproposito, di censura, io ci tengo a dire che non sono mai stato censurato. Poi, certo, sia da Repubblica che dalla Stampa, dopo la morte dell’Avvocato, sono stato indotto ad andarmene per gli attacchi subiti da politici che, a volte, erano amici dei giornalisti ai vertici».
Chissà che buonuscite!
«Pensi che, per andare via dopo una vita da Repubblica non ho voluto niente. Lascio volentieri ad altri il ruolo di vittime con le tasche piene di miliardi per andarsene».
A proposito di miliardi. Che fine ha fatto la famosa citazione-monstre di Massimo D’Alema per la vignetta in cui sbianchettava la lista Mitrokhin, che fu il casus belli del suo addio a Repubblica?
«L’ha ritirata. Così come l’ha ritirata Ciriaco De Mita che mi chiedeva cinque miliardi, due milioni e mezzo di euro per averlo accostato a Calisto Tanzi in una vignetta. Ma anche questa è una storia passata nel silenzio quasi assoluto. Se l’immagina se l’avesse fatto Silvio Berlusconi?».
Una puntata speciale di Rockpolitik non ce la risparmierebbe nessuno.
«Celentano non lo vedo, se non quando ne parlano altre trasmissioni. Ma lui con la satira non c’entra nulla. L’unico che si è dimostrato una volta di più un uomo libero - di parte, ma libero - è stato Roberto Benigni. Il resto è un trappolone per Silvio Berlusconi, bersaglio di satira prezzolata come forse era capitato solo a Bettino Craxi...».
Non teme di esagerare? Diranno che è «berlusconiano», il peggiore degli insulti per una certa sinistra.
«Mi limito solo ad osservare che Berlusconi non ha mai querelato nessuno. E osservo anche che Prodi, quando io feci vignette satiriche su Telekom Serbia reagì con una lettera piccatissima. La domanda è quella di sempre, quella d’obbligo: “E se l’avesse fatto Berlusconi?”».
A questo punto anche la mia domanda è quella d’obbligo: cosa ci fanno Prodi e Berlusconi abbracciati e brindanti sulla copertina del suo Coalizione da Tiffany? Sono gli stessi che se le danno di santa ragione nelle pagine interne...
«L’idea mi è venuta dopo l’esito delle elezioni tedesche. Dalle prossime elezioni potrebbe anche uscire un pareggio e l’unica strada per l’Italia sarebbe quella di una grande coalizione per affrontare i veri problemi del Paese».
L’ha detto anche Giulio Tremonti. Le ha chiesto il copyright?
«No, mi ha chiesto il libro. Gliel’ho mandato, con dedica».