Solo Iran e Kuwait festeggiano l’esecuzione

Gheddafi dichiara in Libia tre giorni di lutto nazionale: «È stata tutta una farsa»

Il giudizio più incisivo, netto come un colpo di scimitarra, è quello del colonnello Gheddafi, che nei confronti di Saddam, parlandone da vivo, non era mai stato particolarmente tenero. «La sua esecuzione è illegale. È stata una farsa», ha detto il leader libico. E ha aggiunto: «Saddam era un prigioniero di guerra, ed è stato rovesciato dalle forze di occupazione, non dagli irakeni. Il tribunale che l’ha condannato è illegale. Lo hanno giudicato gli americani e i britannici e decidendo di giustiziarlo se ne assumono la responsabilità». Tre giornate di lutto sono state decretate in Libia, mentre dagli uffici pubblici di Tripoli e Bengasi le bandiere sventolano a mezz’asta.
Sgomento, collera, frustrazione, propositi di vendetta. Il mondo islamico (anche se le reazioni ufficiali scarseggiano, per comprensibili ragioni diplomatiche, e per non eccitare gli animi) ha reagito così alle immagini portate dai telegiornali di Al Jazeera e di Al Arabija nelle case del vasto mondo musulmano. Fatta eccezione per il Kuwait, che nel ’90 subì l’aggressione irakena, e per l’Iran, trascinato all’inizio degli anni Ottanta in una guerra devastante voluta dal regime di Bagdad, le reazioni sono tutte improntate alla rabbia.
Difficile, del resto, dar torto al vasto mondo sunnita (che nell’Arabia Saudita ha la sua casa madre) quando interpreta come uno schiaffo a freddo la decisione di impiccare il tiranno proprio all’inizio della Eid al-Adha, la festa del sacrificio. Sono i giorni in cui gli arabi sgozzano pecore e agnelli, retaggio di antichi riti sacrificali. E quelle immagini del nodo scorsoio stretto al collo del dittatore, insieme con quelle che ne ritraevano il cadavere coperto da un bianco sudario, hanno fatto gridare, ovviamente, al «sacrificio simbolico».
Sorpresa, insieme a una cupa disapprovazione, arrivano dall’Arabia Saudita. «I leader del mondo islamico avrebbero dovuto mostrare rispetto, in occasione di queste sante giornate, e non degradarsi fino a tal punto...» recita un comunicato dell’agenzia di stampa ufficiale di Riad. Sconcerto, ma non manifestazioni di piazza anche in Egitto, mentre gli «orfani» di Saddam, i sunniti delle zone intorno alla sua città natale, Tikrit, promettono vendetta. «Tutti noi siamo pronti a diventare bombe umane» ha detto alla Reuters un giovane di Awja, a nord di Bagdad, interpretando lo stato d’animo di chi ha visto «il martire dell’Islam» con il nodo scorsoio al collo.
Commenti anodini, abbottonatissimi, arrivano dalla Lega Araba, che per bocca di un portavoce parla di un «finale tragico di una triste fase della storia irachena». Ugualmente improntata a prudenza, e tutta compresa dalla volontà di non esacerbare gli animi anche la reazione della Giordania, il cui governo si augura che l’esecuzione «non abbia ripercussioni negative».
Del tutto negativo invece il giudizio di Abdel Bari Atwan, direttore di Al Quds al-Arabi, quotidiano che si stampa a Londra. Atwan si domanda retoricamente chi davvero si sarebbe dovuto issare sul banco degli imputati: «Davvero Saddam Hussein, che ha preservato l’unità del popolo irakeno, o coloro che stanno annegando il Paese in questa sanguinosa guerra civile?»
Il «simbolico sacrificio» del rais avrà ripercussioni negative sulla crisi in atto nel Paese, opinano a Rabat, in Marocco, mentre i capi talebani, in un certo senso, benedicono questa giornata. «Il suo assassinio - ha detto il mullah Obaidullah Akhund - rafforzerà il morale dei musulmani. Il jihad in Irak verrà intensificata e aumenteranno gli attacchi contro gli invasori». Questo pensano anche a Damasco, in Siria, anche se non ci sono commenti ufficiali da parte del governo. Di «omicidio politico», senza mezzi termini, parlano invece i gruppi militanti palestinesi.
Nel panorama di condanna spicca, per contrasto, la soddisfazione del Kuwait, «che festeggia due volte», per dirla col presidente del Parlamento, anche se non c’è stato il tempo di processarlo per l’invasione dell’emirato, e quella (non ostentata, affidata a mezze figure del governo) dell’Iran.