Solo un italiano può bloccare il doping genetico

Vogliono colpire al cuore il doping: prima che sia troppo tardi. Non c’è più tempo da perdere, soprattutto perché a perderci è lo sport mondiale che potrebbe essere definitivamente messo in ginocchio dal punto di vista della credibilità. È una corsa contro il tempo, ma gli scienziati che sono chiamati a scovare qualche rimedio per bloccare questo malcostume dicono con moderato ottimismo che «è solo questione di tempo». Il grido di allarme è stato lanciato una decina di anni fa dai maggiori laboratori di ricerca sportiva del mondo con in testa l’Agenzia mondiale dell’antidoping, la Wada (World Anti-doping Association), che anche di recente ha denunciato a chiare lettere il pericolo del nuovo doping, quello genetico.
Per saperne di più abbiamo incontrato il professor Mauro Giacca, 47 anni, triestino, sposato e padre di due figli, direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (Icgeb) di Trieste, unico in grado di «aggiornare» velocemente il test antidoping della Wada, per scoprire il trasferimento genetico a fini sportivi. Per questo motivo recentemente ha siglato un importantissimo accordo di collaborazione con l’organismo mondiale canadese, il quale finanzierà l’istituto italiano con 430mila dollari, al fine di mettere a punto un nuovo test antidoping. «La Wada ha lanciato un bando mondiale e noi abbiamo risposto con le nostre proposte e soprattutto con il nostro know-how – spiega Mauro Giacca, direttore del Centro di Trieste e coordinatore del progetto nel quale sono coinvolte anche l’Università di Milano (professoressa Gelfi) e Firenze (dottor Peraccini) oltre all’Istituto di Biofisica del Cnr di Pisa (dottor Friso) -. In pratica noi siamo stati chiamati a studiare le conseguenze del trasferimento di geni a fini di doping sportivo. È un grosso progetto, che parte dal nostro importante interesse nella terapia genica cardiovascolare. In questi anni abbiamo sviluppato, a fini terapeutici, una tecnologia molto sofisticata che consente di trasferire geni nel cuore (per ora a livello di sperimentazione solo sugli animali) in modo da migliorare la vascolarizzazione nei pazienti che sono stati colpiti da ischemia o da infarto. Il nostro obiettivo primario è quello di trovare delle possibilità terapeutiche per i nostri pazienti, trasferendo dei geni che stimolino la formazione di nuovi vasi sanguigni o aiutino la funzionalità del cuore. Per far questo prendiamo dei virus che si chiamano AAV, che sono dei piccoli virus molto diffusi tra la popolazione (si calcola che più del 90% delle persone sono venute a contatto), ma innocui. Noi li svuotiamo della loro informazione genetica e la sostituiamo con il gene che ci interessa».
E qual è il gene che vi interessa così tanto?
«È successo che uno dei geni che a noi interessa si chiama Igf1, se noi trasferiamo l’Igf1 nel cuore abbiamo constatato che miglioriamo di molto la performance cardiaca. Questo stesso gene se viene trasferito nel muscolo scheletrico, rende il muscolo ipertrofico, quindi è analogo ad un anabolizzante, e avendo noi a disposizione questa tecnologia di trasferimento di geni con questi vettori virali, la Wada ci ha commissionato di perfezionare i nostri studi: andando a individuare i marcatori, scoprendo delle tracce, delle spie, degli indizi per scovare le alterazioni che vengono indotte dal trasferimento. Noi abbiamo studiato come eseguire il trasferimento, adesso cerchiamo di mettere a punto anche un sistema per identificare chi cerca di farlo in maniera fraudolenta».
Ma il doping genetico, in pratica, in cosa consiste?
«Facciamo un esempio: si inserisce nelle cellule di un muscolo, un segmento di Dna contenente un gene utile a migliorarne le prestazioni. Mezzo di trasporto un virus che, infettando le cellule, vi deposita il materiale genetico. Come ho già avuto modo di dire, nello specifico sono iniezioni di Igf1 (insulin growth factor), un gene che produce un fattore di crescita che, in esperimenti sui topi, ha aiutato la massa muscolare a crescere anche del 33 per cento. Il gioco è fatto».
Lei ritiene che il doping-genetico sia già in uso?
«Non credo assolutamente, siamo ancora al fantasport, ma la Wada essendo estremamente lungimirante, sta cercando di fare un’operazione importante di prevenzione e corre ai ripari. È uno dei pochi casi in cui la ricerca sta cercando di anticipare il doping. Fino ad oggi è avvenuto esattamente il contrario».
Sarete pronti quando?
«Il progetto ha una scadenza triennale, siamo obiettivamente già molto avanti, e pensiamo di poter avere già dei buoni marcatori per le prossime Olimpiadi di Pechino 2008».
Siete quindi convinti di poter colpire al cuore il doping?
«Noi accettiamo questa sfida culturale e intellettuale e pensiamo di avere gli strumenti adatti per poter arrivare in tempo a risolvere questo problema. Il cuore è il nostro terreno di esplorazione, al cuore dei problemi cerchiamo di arrivare con l’impegno di tutti».
Lei è sportivo?
«Ho giocato a pallavolo in serie B. Oggi gioco un po’ a tennis. Lo sport ormai lo seguo in televisione, sui giornali e sugli spalti del "Nereo Rocco" a seguire la Triestina. Adesso spero di poter fare qualcosa di più per gli sportivi, che rischiano la loro salute».
Che idea si è fatto dello sport?
«Che fa bene, se fatto con leggerezza e a basse intensità. Quando diventa un lavoro, quando si richiedono i risultati a tutti i costi, non fa più così bene e ogni strada è praticata pur di arrivare a superare i propri limiti: questo vale per tutti gli sport, nessuno escluso».
La ricerca riuscirà a scoraggiare chi del doping fa il proprio credo?
«Scoraggiare non lo so, anche perché è più una questione etica e culturale che scientifica, ma la ricerca può dare una grossa mano per scovare i furbi, e rendere la vita sempre più difficile ai campioni di laboratorio».
Crede che, sportivamente parlando, un asino possa diventare un cavallo?
«Temo che con il doping genetico questo sia possibile. Fino ad oggi no. Starà anche a noi ricercatori, che siamo chiamati a rilevare quei bio-marker o proteine in grado di identificare subito la presenza eccessiva di Igf1 nel sangue, a impedire che un asino diventi un cavallo».
Scusi professore, ma in tutto questo scenario, l’uomo dove si colloca?
«Un po’ qui e un po’ là. È la storia dell’uomo e della vita: costantemente diviso tra bene e male. Il filo è sottilissimo...». Come la linea di un traguardo.