Solo l’Italia senza miti e memoria

Maradona, Pelè, Platini, Cruyff: le leggende del calcio star in Germania. Nessun azzurro

nostro inviato a Norimberga
Vedono Maradona e gli saltano addosso, nel senso affettuoso del termine. Beckenbauer sembra un prezzemolo, compare su qualunque megaschermo, o piccolo schermo, e nessuno che dica: uffa, che barba! Il viso perplesso e ingrugnito di Michel Platini, provato dalle sofferenze francesi contro il Togo, ha fatto il giro della Germania. Sì, in questa festa del mondo sono protagonisti pure loro. Campioni come icone, che ogni nazione o nazionale si porta dietro perché il presente è speranza e divertimento, ma il passato è emozione di un ricordo. Le icone del calcio sono dei compagni di viaggio di questo campionato del mondo itinerante: Pelè è un lampo che di tanto in tanto compare nel cielo, Tostao non è riconoscibile ma è più venerato di un portafortuna, Zagallo affianca Parreira in ogni conferenza stampa. Gli olandesi mostrano con orgoglio Cruyff. Eusebio è il grande vecchio del Portogallo: gli toccano bagni di folla, scrive su A Bola, quotidiano sportivo del Paese. La Germania, insieme a Beckenbauer, ha rispolverato Breitner opinionista. Rummenigge c’è, anche se si vede meno. Bobby Charlton è l’angelo custode itinerante dell’Inghilterra.
Ti volti e li trovi. Apri la tv e spuntano dalle tribune affollate. Leggi i giornali e trovi la loro rubrica. Maradona sta in mezzo al popolo suo, immancabile maglia numero dieci addosso, figlia al fianco, come un ultras qualsiasi, salvo andarsene dallo stadio con le priorità dei vip e non nella calca dei mezzi pubblici.
I tedeschi stanno vivendo il mondiale come una festa, una Oktober Fest in cui ubriacarsi di pallone e godimento fanciullesco: si divertono, tifano per tutti, si trattasse anche dell’Argentina che dovrà affrontare la Panzerdivision. Si godono le celebrità, i vecchi campioni sono come le luci colorate su un albero di Natale: ti fermi e guardi. Peccato non vedere mai una faccia italiana: uno di quelli che ti citano per strada. Tanto per dire: Rivera e Mazzola, Facchetti e Riva, Paolo Rossi e Zoff, Tardelli e Roberto Baggio. Non mancano i nomi, manca la presenza. Ma questa è l’Italia del calcio. Tutti figli di Totti, perchè il resto ha sapore di muffa. Un calcio che si dibatte tra imbrogli e imbroglioni, prosciugato del sentimento e del ricordo. Un calcio commissariato dove conta solo la marchetta televisiva. Come ci fossimo dimenticati di quel che eravamo. Dimenticanza proposta al mondo fin dalla cerimonia d’apertura, che è molto peggio.
L’altro giorno Marco Tardelli attendeva un aereo allo scalo di Amburgo: nel giro di dieci minuti ha dovuto stringere più mani, firmare più autografi di quanto sarebbe toccato a Prodi in una settimana. Ogni tanto dimentichiamo quali sono i veri ambasciatori di questo paese, foss’anche gente che ci fa vincere con i piedi. Sarà un caso se gli allenatori delle nostre nazionali sono sempre stati giocatori di scarso valore (ad eccezione di Zoff e Cesare Maldini) e gli altri paesi si affidano a nomi che hanno fatto la gloria delle loro maglie? Giovedì sera, quando Lippi e Materazzi si sono presentati alla conferenza stampa internazionale dopo la vittoria sulla Repubblica Ceca, insieme a loro c’era Abete, capodelegazione famoso soprattutto per avere un fratello famoso. I brasiliani si portano Zagallo, noi abbiamo Gigi Riva, ma sta dietro le quinte. I nostri campioni stanno in Tv ma solo nell’orticello della penisola. Qui dove c’è il mondiale, dove i campioni hanno casa e storia, l’Italia è solo una squadra. Senza passato.