Solo l’Italia vuol mettersi alla testa di una spedizione che rischia il flop

È già scontro tra gli Stati maggiori e l’Onu contraria all’impiego di artiglierie e mezzi pesanti da combattimento

Andrea Nativi

La nuova missione Onu in Libano continua a creare perplessità sotto il profilo militare-strategico e questo spiega la riluttanza di quasi tutti i Paesi a impegnarsi formalmente con la promessa di uomini e mezzi. Il caso della Francia è sintomatico: ha messo in campo 200 uomini addizionali per dimostrare la volontà politica di partecipare e resta pronta, se ci saranno le condizioni, a impegnare altre risorse, ma la rinuncia a richiedere di guidare la missione è un brutto segno: si sente odore di disastro e nessuno vuole guidare un’operazione che ha elevate probabilità di finire in un disastro.
Innanzitutto è profondamente sbagliato l'approccio «incrementativo», secondo il quale si dovrebbero mandare sul terreno, in una prima fase, 3.500 uomini, che aggiunti ai circa 2.000 già presenti nell'Unifil porterebbero il totale a 5.500. Solo in un secondo tempo, dopo uno o due mesi, si potrebbe salire a 9.500 unità, mentre il tetto di 15.000 soldati previsto dalla risoluzione 1701 sarebbe rimandato a un’ipotetica terza fase, ma non è detto sia mai raggiunto. È comprensibile che l'Onu abbia problemi a trovare i volontari per un’operazione che si preannuncia lunga, pericolosa e costosa e del resto basta vedere quali difficoltà incontri la Nato per raggranellare 15.000 soldati per l'Afghanistan, ma non si possono imboccare scorciatoie tanto comode quanto pericolose. Non è frequente una missione di pace che parte con una forza ridotta, salvo poi rinforzare i ranghi nel corso dei mesi. La logica suggerisce l'approccio opposto: si arriva con il massimo delle capacità quando la situazione è critica, successivamente, quando la tensione dovrebbe ridursi, si potranno alleggerire i contingenti.
Il secondo punto critico riguarda le capacità di combattimento della forza: sembra che l'Onu mal digerisca l'idea di accettare sotto le proprie bandiere carri armati, artiglieria, mezzi da combattimento pesanti. Vorrebbe una forza classica di caschi blu, con armi leggere. Poco più di una Unifil rafforzata. Ovviamente gli Stati maggiori dei Paesi che dovrebbero fornire i soldati non ci stanno. Avere le capacità combat non vuol dire doverle impiegare in azione, ma si tratta di una polizza di assicurazione in caso di guai alla quale in questo momento non è saggio rinunciare.
Ancora, la risoluzione 1701 ipotizza addirittura che la Unifil possa contribuire a sorvegliare i confini del Libano per impedire l'afflusso di armi, ovviamente dirette verso Hezbollah. Ma considerando che il Libano non ha né aeronautica, né marina e che il confine terrestre da sorvegliare è quello con la Siria, certo non quello con Israele, si dovrebbero inviare uomini e mezzi nella Bekaa, schierare radar di difesa aerea, velivoli intercettori, controllare gli aerei in arrivo (specie certi voli notturni originati in Iran e con passaggio sulla Siria) e sostituire il blocco navale israeliano con uno Onu. Altro che missione leggera.
Non parliamo poi della catena di comando e controllo: bene ha fatto l'Italia ha chiedere che la nuova Unifil abbia un comando militare con autonomia decisionale, senza dover sottostare ai politici del dipartimento per il peacekeeping del Palazzo di vetro. In questo modo almeno si potrà reagire in fretta e in modo adeguato alle eventuali crisi.