«Solo Milano può capire il mio teatro»

Igor Principe

«Milano è la città più giusta per proporre questi lavori. Ha una vocazione europea, ha ripreso il passo di quella capitale culturale che fu negli anni ’60 e ’70».
Di primo acchito, sembrano le parole di un cittadino italiano che, trasferitosi nel Nagorno Karabak, tradisca una certa difficoltà a leggere i giornali italiani. Invece sono quelle di Paolo Graziosi, che spiega alcune delle ragioni per le quali porta in scena al Teatro Franco Parenti una trilogia dedicata a Samuel Beckett, Eugene Ionesco e Thomas Bernhard. «D’accordo, io a Milano non ci vivo. Ma ho comunque sensazioni, diciamo così, a pelle. E mi dicono che per una proposta di tal fatta questa città mi dà un riscontro che Roma o a Firenze non trovo. Dunque ne deduco che il senso del passato e della memoria di ciò che è il teatro, qui non è stato cancellato. Pubblico, teatranti e autori formano un insieme la cui tradizione è percepita e vissuta dal pubblico».
Nasconderlo sarebbe ipocrita: le parole di Graziosi sono come la boccata d'ossigeno per un malato steso su un lettino in crisi respiratoria. Il malato non guarisce, ma almeno sta un po’ meglio. Allo stesso modo, la Milano della cultura continua ad avere i suoi problemi da risolvere; ma la qualità dell’insieme c’è, ed è riconosciuta.
Riconoscimenti diretti li ha avuti anche Graziosi quando anni fa presentò, in quello che lui continua a chiamare «Pier Lombardo», i primi due spettacoli di questa trilogia: Primo amore di Beckett, e La lezione di Ionesco. In questa tornata, il primo debutta martedì 18, il secondo il 3 novembre. Del tutto inedita è invece la messa in scena del Teatrante, di Bernhard (dal 15 novembre). «Rappresenta un'incognita anche per me - dice l'attore, che cura la regia di ogni spettacolo -. Ci sto lavorando da tempo, credo sia un testo che mi rassomiglia. Al di là del fatto che al centro dell'azione sia un attore con la sua condizione, è un lavoro che risente dell'influenza beckettiana e, in un certo modo, la perpetua».
Il drammaturgo irlandese è da sempre nelle corde di Graziosi, tanto da valergli, proprio con Primo amore, un premio Eti-Olimpici del teatro. «Ma sono anche molto felice di tornare su Ionesco. La sua Lezione si inserisce tra gli altri 2 testi come un divertimento puro ma senza perdere quella forza che ne ha fatto una delle drammaturgie rivoluzionarie nel secondo ’900».
Il teatro dell'assurdo è da tempo uno dei capitoli che, nella storia del teatro, rientrano nel gruppo dei classici. Ma nella vicenda ironica e al contempo disperata di un uomo che sospetta di amare la donna che gli dà alloggio (Primo amore), nell’esilarante ménage tra un timido professore, un’alunna di sconfinata ignoranza e una governante (La lezione) e nella frustrazione di un attore megalomane relegato a un teatrino di provincia (Il teatrante), Graziosi trova una linfa creativa smaccatamente contemporanea. «Li ho scelti perché volevo verificare la loro tenuta nell'attualità. Intorno a noi è il deserto drammaturgico. Quando tutto diventa ripetitivo, rifrequentare autori così energetici fa bene a chi fa teatro e a chi lo scrive».
Nel contempo, la trilogia gli consente di tirare le somme facendo conti sull'immediato e sul lungo respiro. «È la verifica di un impegno enorme, durato cinque anni, su questi copioni. Non avevo mai pensato di portarli tutti e tre in un colpo solo a teatro: ciò mi esalta, ma mi responsabilizza molto. E poi è anche un modo per tirare i remi in barca».
Bisogna pensare a un suo imminente congedo? «No, ho ancora voglia di lavorare e frequentare certi autori: Pirandello, Eduardo, il giovane e valido Paravidino. Intendo dire che è un modo per fare il sunto delle mie esperienze precedenti e di assumermi responsabilità in toto. Io sono stato diretto da grandi registi: Ronconi, Stein, Zeffirelli. E, soprattutto, il grande Carlo Cecchi. Nella trilogia faccio da me, ne voglio rispondere soltanto io».