Solo il premier nega la guerra nell’Unione sulle missioni

da Roma

Per carità di patria non chiamatelo «vertice»: il premier ci tiene a spiegare che si tratta di un «incontro», come se il peso lessicale possa attirare o scongiurar le tempeste. Ad ogni modo, appuntamento oggi alle 19 a Palazzo Chigi, l’annuncio è di Romano Prodi dal Lussemburgo, specificando che all’ordine del giorno c’è soltanto la politica estera. Segno che la faccenda è seria, meglio far lo spezzatino dei problemi, perché a metter sul tavolo pure i Pacs, le pensioni o altri pomi della discordia si rischia di ammazzare il governo. «Prettamente di politica estera», ha deciso Prodi, dunque «ci saranno i segretari di partito, i ministri D’Alema e Parisi e i rappresentanti dei gruppi parlamentari dei partiti che hanno contribuito alla vittoria elettorale».
Chiamatela politica del carciofo se volete, ma il premier preferisce pelare una gatta alla volta. Pur se oggi ha davanti due tigri ben definite e ostiche, dovrà far confrontare l’Unione «sul tema della mozione sul rinnovo delle missioni di peacekeeping - l’Afghanistan - e anche sul problema della base di Vicenza». Prodi fa mostra di tranquillità, e per dissipare le nubi s’arrampica sulla tautologia assicurando che «il clima è certamente di accordo su questi temi, anche perché già il programma conteneva tutti i temi e gli elementi perché si trovasse l’accordo». Sa benissimo anche lui che i suoi centristi e sinistri si stanno dilaniando anche per Vicenza e Kabul, però minimizza: «Queste sono dialettiche estremamente normali in qualsiasi coalizione, ci sono sempre state, non sono un problema».
Dialettiche? Con Prc, Pdci e verdi che insorgono contro «i diktat di Rutelli»? Ieri il leader della Margherita ha precisato che i suoi «non sono diktat», ma poiché «l’Italia fa parte dell’Onu e della Nato, gli impegni presi vanno mantenuti». La manifestazione della sinistra radicale a Vicenza «è legittima, ma non può modificare la linea», insiste Rutelli, «salvo sconfessare il premier». E giù il rifondarolo Franco Giordano a promettere che «andremo al vertice ma non da sudditi», il comunista Pino Sgobio ad auspicare che «dall’incontro scaturisca un rinnovato impegno per la pace», il verde Alfonso Pecoraro Scanio ad accusare che «sono i centristi a tirare la corda». Come un vaso di coccio fra quelli di ferro, il socialista Boselli plaude al vertice, purché «non sia una commedia degli equivoci».
La verità è che la forza di Prodi poggia sulla paura e la fragilità di quanti lo sostengono, tutti condannati all’immobilità per non perdere il posto. Più di quel che va dicendo Rutelli, pesa ciò che ha fatto dire ad Antonello Soro, coordinatore della Margherita, ieri pomeriggio: «Non esiste un altro governo e un’altra maggioranza: dopo Prodi ci sono solo le elezioni». Miele per il premier, che anch’egli ieri pomeriggio, commentando l’esito delle primarie nel centrosinistra le ha definite «una garanzia di fronte a cambiamenti che in questo momento nessuno vuole».
Ma talvolta il carciofo vien giù intero, e non è detto che stasera rispuntino, tra Vicenza e l’Afghanistan, anche i Pacs. Non è solo l’Udeur a dir no al ddl Bindi-Pollastrini, ora anche i teodem della Margherita chiedono che «si rimetta mano al testo». Non digeriscono il primo articolo, che prevede la dichiarazione congiunta dei due conviventi davanti all’ufficiale dell’anagrafe.