Solo Prodi vuole le nozze tra i Ds e la Margherita

Federico Guiglia

La corpulenta sinistra che divora il centro mingherlino o, piuttosto, la fine d'ogni illusione «riformista»? Se fra un paio d'anni dovesse davvero nascere il Partito democratico, si sarà raggiunto un obiettivo singolare nel Paese che ha avuto per decenni il più forte Partito comunista d'Occidente: cancellare ogni residuo riferimento «progressista» dal panorama politico, appaltandone la rappresentanza di partito a una nuova e indefinita formazione «piglia-tutto». Quanto può essere dunque realistica l'operazione del cosiddetto «Pd», l’alleanza che avvinghia la Margherita alla Quercia col fine di ossigenare ma col rischio concreto di sgonfiare, al contrario, l'anima profonda del progressismo italiano?
La prospettiva infatti non è difficile da immaginare. Il vuoto che si aprirebbe a sinistra dopo il matrimonio fra i partiti di Piero Fassino e di Francesco Rutelli, verrebbe subito colmato dal radicalismo d'ogni colore e folclore. E il riformismo vero, presunto o desunto della «socialdemocrazia all’italiana» finirebbe per fondersi e liquefarsi proprio nella tradizione antagonista dei democristiani da nuovo corso ulivista: tutti insieme appassionatamente nella casa «democratica» di Romano Prodi, professore senza partito che perciò, anche per stabilizzare la sua leadership, ha bisogno di seminare un partito un po’ suo e un po’ con tutto quel che produce l’Ulivo. Perché mai dovrebbe rifiorire il riformismo in un disegno che è in fondo conservatore nel merito - rafforzare Prodi - e nel metodo, essendo in discussione da ben dodici anni? D’altronde, è lastricata da tanti vorrei ma non posso la strada del Pd, improbabile sintesi delle future convergenze parallele. Quanti vorrei ma non posso che ancora oggi, nonostante la retorica dell’«indietro non si torna», continuano ad alimentare i dubbi di molti fra i maggiori protagonisti delle due sponde (a cominciare dai dubbi più noti di Massimo D'Alema e Franco Marini rispettivamente).
Da una parte le primarie, le intese dei gruppi parlamentari, l’esigenza teorica di un elettorato ormai bipolare che pretende risposte chiare di qua e di là, insomma l’«evolversi della situazione» che consiglierebbe l’unità. Ma dall'altra è evidente quanto tale iniziativa non sia politicamente in grado di amalgamare le differenze; differenze che non dipendono dalle primarie, dalle intese fra gruppi parlamentari né dal bipolarismo, bensì dalle tradizioni e aspirazioni di elettorati che erano e sono diversi. Chi si sposa convive, ma chi convive (l’odierna Unione) spesso lo fa proprio per non sposarsi (futuro Pd).
E in politica questa distinzione è piuttosto fondata, come confermano gli esperimenti falliti di partiti dalla comune e radicata identità, perfino - si pensi al Pli e al Pri nella prima Repubblica - che pure non sono stati percepiti come «la stessa cosa» dagli elettori, quando tali partiti si sono presentati come un'unica forza al sovrano giudizio. Figurarsi quando identica decisione sarà stata presa - ma sarà stata presa, alla fine? - dai progressisti e dai popolari a loro affini, e tuttavia non imparentati da scelte strategiche in politica interna e internazionale, non affratellati nelle soluzioni da adottare sulle più rilevanti questioni economiche; né in sintonia su tutti i temi di coscienza. Una cosa è il governare trovando delle intese minime sui problemi d'ordinaria amministrazione; altra è il configurarsi come un solo Partito per tutti, come una formazione chiamata inoltre a promuovere, domani, i grandi cambiamenti di cui l'Italia avrà sempre più urgente necessità.
La sinistra può confondersi fin che vuole col centrista della porta accanto, magari così sperando di poter meglio esercitare il suo peso sull'alleato. Ma la logica che sempre spinge chi crede nel riformismo, dovrebbe essere opposta a quella prescelta: farsi vivacemente notare, anziché farsi spegnere, accontentandosi di un'inutile egemonia.
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