Ma solo Roberto può portarlo in Tv

Si legge poco, pochissimo. Libri e giornali sono cose tra cose, senza nessun particolare valore. E non ci si può neppure consolare dicendo che tanta italica ignoranza sia il risultato della società contemporanea, della globalizzazione, della televisione, di internet e tecnologie simili. Abbiamo un triste primato occidentale in fatto di lettura e di diffusione della cultura, per cui dovrebbe essere evidente e ovvio che tutto ciò che favorisce la lettura e, in genere, la curiosità culturale è da accogliere a braccia aperte. E le risposte del pubblico, quando lo si avvicina con proposte interessanti e non noiose, sono incoraggianti. Mi riferisco alla miriade di festival organizzati in Italia su tutto lo scibile umano, dalla letteratura alla matematica, dall’economia alla filosofia, dalla musica al diritto, seguitissimi da gente di ogni età.
L’iniziativa di Vittorio Sermonti, con le sue letture di classici, rientra in questa visione pubblica e popolare della cultura. Non è il momento di un festival, il suo, ma qualcosa che non si discosta di molto: in entrambi i casi si legge poesia, si ragiona su un testo. Tutto ciò oltrepassa i tradizionali e istituzionali luoghi della cultura, scuole e università, per aprirsi in modo per nulla paludato e noioso a un pubblico curioso di apprendere, appassionato.
Se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere che il vero modello ispiratore di queste manifestazioni popolar-culturali è la televisione. Proprio la deprecata televisione messa sul banco degli imputati, colpevole della nostra ignoranza. In realtà queste manifestazioni sono piccoli show televisivi che invece di essere registrati sotto i riflettori delle macchine da presa, vengono illuminati da comuni faretti.
E adesso possiamo venire alla querelle Sermonti-Benigni. Ho ascoltato Sermonti leggere Dante a Milano nella chiesa di Santa Maria delle Grazie: bravissimo, il pubblico numeroso era incantato. Ho ascoltato Benigni leggere Dante in televisione: bravissimo; non so gli altri, ma io ero rimasto incantato. Sono due eccellenti professionisti, con una differenza decisiva. Se Sermonti leggesse Dante in televisione (e in prima serata) come lo ha letto in Santa Maria delle Grazie, sarebbe un flop. Se Benigni leggesse Dante in Santa Maria delle Grazie come lo ha letto in televisione, sarebbe un successo strepitoso.
La differenza tra i due non è nella conoscenza di Dante, in quella conoscenza necessaria per comunicare il poeta a un vasto pubblico non specialistico. La differenza è nella loro recitazione e nella bravura straordinaria di Benigni di sottolineare con la voce, con i silenzi, con gli sguardi il testo dantesco. Benigni non travisa il testo, non ci aggiunge e non ci toglie nulla: lo vive da geniale guitto con effetti comunicativi eccezionali.
Quando e dove l’artista toscano scivola, finendo per dare ragione al professor Sermonti che gli rimprovera di essere soltanto interessato ad acchiappare il pubblico televisivo con cadute di stile? Quando Benigni, nella sua incontenibile esuberanza, si concede il piacere del commento attualizzante, della battuta becera che vorrebbe fustigare questo o quello: generalmente sempre quello, cioè Berlusconi, come ha fatto un paio di giorni fa nel cosiddetto promo alla sua prossima lettura dantesca. Dante non ha bisogno di questi riferimenti per essere apprezzato e neppure Benigni che dà il meglio di sé quando ci comunica la sua passione per il poeta. E tuttavia credo che Sermonti sbagli nel ritenere che il pubblico segua l’attore perché attende da un momento all’altro la battutaccia, l’ironia, l’insinuazione e non perché è coinvolto dalla sua inimitabile bravura recitativa.