«È solo rock’n’roll», ma porta bene i suoi anni

Si parte con «Start me up» e i brani dell’ultimo cd, poi un tuffo negli anni ’60

da Roma

L'ultima volta dei Rolling Stones a Roma era stata il 6 aprile 1967. I cronisti dell'epoca notarono Ursula Andress e Jane Fonda confusi tra gli spettatori. Ieri sera, tra i trentacinquemila dello Stadio Olimpico, Martin Scorsese, qualche politico, un paio di stilisti e un buon numero di attricette lontane mille miglia dal fascino di Barbarella e della statuaria bellezza svizzera. Quanto a loro - «il più grande gruppo rock 'n' roll del mondo» - be' sì, sono cambiati rispetto a quarant'anni fa, ci mancherebbe altro! A quei tempi Ron Wood neanche c'era, e Brian Jones sfidava il pubblico coi suoi atteggiamenti da mod senza sapere che di lì a poco sarebbe finito in fondo a una piscina.
Sono bolliti, gli Stones? Mick Jagger e Keith Richards hanno sessantaquattro anni e Charlie Watts (una statua di cera) sessantasei. Dal punto di vista compositivo è una band che vive un declino che dura da tre decenni. Però dal vivo tengono ancora alto il buon nome della ditta. Certo non si può dire che si risparmiano. Questo «A Bigger Bang Tour» va avanti da tre anni e rischia di diventare il più lungo della storia del rock.
Ma non c'è più tempo per i dubbi e le considerazioni anagrafiche. I fuochi d'artificio esplodono, gli schermi rimandano immagini computerizzate del Big-Bang e i quattro entrano in scena, accompagnati dall'ormai fido bassista Darryl Jones, dal sassofonista Bobby Keys e dal tastierista Chuck Leavell. L'inizio, di prammatica, è affidato a Start Me Up e You got me rocking, l'Olimpico esplode al primo riff di Keith, il cui look ingigantito dal maxi-schermo a dimensioni gulliveresche che sovrasta la band è sempre più da Pirata dei Caraibi. Ora che è acceso come un flipper, il palco si mostra in tutta la sua impressionante mole: se ci piazzaste dietro un palazzo di otto piani, scomparirebbe. È largo sessanta metri e ai suoi lati si ergono due enormi strutture in vetro e acciaio che sembrano le ali di un mostro meccanico. E’ uno spettacolo che spazza via ogni ironia a proposito dei «nonni del rock»: quello che combinerà sul palco il diabolico Mick nelle successive due ore è roba che un suo coetaneo allenato da un costante jogging mattutino non riuscirebbe a fare in tre mesi. La grandeur scenografica, le luci, i fumi, i fuochi d'artificio, non riescono a schiacciare, ma anzi esaltano la presenza scenica di uno dei più grandi performer della storia del rock.
La prima parte del concerto scivola via tra brani tratti dall'ultimo album (Rough justice, Streets of love), improvvisi tuffi negli anni Sessanta (Let's spend the night together, Ruby Tuesday), Rocks off, Tumbling Dice e Can’t you hear me knockin’, una cover di James Brown (I’ll Go Crazy), You got the Silver, episodio tratto Let It Bleed (una delle pietre miliari della discografia del gruppo; anno di grazia 1969), che ci regala il piacere di ascoltare ancora una volta la voce sghemba ma irresistibile di un Keith in grande forma, quando non è intento ad arrampicarsi su per gli alberi di cocco - ed eventualmente precipitare rischiando di spezzarsi l'osso del collo.
Dallo schermo rimbalza anche lo stato di conservazione di Charlie Watts (pessimo, ma il suo beat non sembra risentirne), mentre una parte del palco si stacca e inizia a scivolare lentamente lungo la passerella che taglia perpendicolarmente in due il prato, creando una sorta di «isola» in mezzo alla folla: è proprio quando lì sopra gli Stones eseguono It's only rock 'n' roll e Jagger ribadisce che «è solo rock 'n' roll e mi piace», (che forse è il suo segreto) che penso: è maledettamente vero. Qui non si tratta di soldi o di rinverdire un mito, ma di continuare a divertirsi; e ho il sospetto che questi quattro vecchietti lo faranno ancora a lungo.
È giunto il momento dell'apoteosi finale, affidata a canzoni-simbolo come Satisfaction, Honky Tonk Women, Paint it black, Symphaty for the devil, Jumpin’ Jack Flash e Brown Sugar. Gli Stones salutano e se ne vanno. Li attendono il Montenegro, la Serbia, la Romania, l'Ungheria, San Pietroburgo... È solo rock 'n' roll ma continua a piacerci.