Solo sul letto d’ospedale Game il terrorista scaricato da moglie e amici

Detenuto e ricoverato. Curato e guardato a vista, Mohamed Game da un mese esatto è costretto sul suo letto all’ospedale San Paolo alla Barona. Quinto reparto di Medicina, la medicina penitenziaria. Nessuna visita per lui.
Nella notte fra l’11 e il 12 ottobre Mohamed, libico, 35 anni, l’ha fatta in bianco. Ha parlato con la convivente. L’italiana che gli ha dato due figli. Poi all’alba, dalla sua casa popolare occupata abusivamente in via Civitali 30 si è incamminato a piedi verso la caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti. A tracolla una cassetta degli attrezzi piena di un intruglio a base di nitrato d’ammonio. Intenzionato a farlo esplodere, per mandare all’altro mondo quanti più soldati possibile, durante l’adunata per l’alzabandiera. Non gli è riuscito, un militare di guardia gli ha spianato il mitra, rovinando il suo piano suicida di martire e killer dell’Islam, immolatosi per l’Afghanistan, la Palestina, o chissà quale altro mito. Il detonatore ha fatto deflagrare solo mezzo etto di esplosivo. Il militare è rimasto «graffiato» al volto, non è neppure andato in ospedale e i medici del 118 si sono limitati a disinfettargli la ferita. Game invece si è rovinato l’esistenza. Ha perso per sempre la vista. E la sua mano destra è stata dilaniata dalle schegge. Nei giorni successivi all’attentato ha parlato con gli inquirenti. Ha cercato di coprire i due complici, gli altri due sbandati arruolati per l’impresa da terroristi-straccioni.
Non si è detto pentito, Game, ma chiede dei figli. Prega e pensa, in quella succursale del carcere presidiata da decine di agenti. Lo stesso reparto in cui tre anni fa fu ricoverato e sorvegliato per accertamenti anche Totò Riina. Il padrino, allora settantaseienne, faceva ancora paura: agenti in borghese, poliziotti col giubbotto antiproiettile, uomini del gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria accanto al letto. Cieco e mutilato, Game non è un pericolo, ma il protocollo è severo. Il suo reparto ospita una ventina di degenti ed è attrezzato per ogni tipo di cura preclusa ai normali centri clinici annessi alle carceri, ma è pur sempre un ospedale-carcere, anche se medici e infermieri si sforzano di non pensare a quel che hanno combinato quei pazienti speciali, e li curano come farebbero con ogni altro. Come le migliaia di persone dei piani di sopra. Un ospedale carcere che accoglie centinaia di detenuti ogni anno. A pochi metri, le visite dei parenti e il via vai dei pronto soccorso. Di sotto gli agenti di pubblica sicurezza piazzati fuori dai gabbiotti controllano che non si avvicini nessuno, e chiedono i documenti se qualche tipo strano capita nei paraggi, magari per sbaglio.
Ma Game non è Riina. Game non fa paura, né pena. «Non ha ricevuto visite», conferma il suo legale, Leonardo Pedone. Per il momento non ha ancora firmato alcuna istanza per rivedere la condizione detentiva del suo assistito. Non è ancora il momento. Game ha un fratello in Italia. Non si è mai fatto vivo. In città vive ancora la sua convivente, la donna che divideva con lui l’appartamento Aler conquistato entrando da una finestra mentre lei era ancora incinta. «Con lei ho avuto pochissimi contatti» racconta l’avvocato Pedone. Ma pare intenzionata ad andarlo a visitare. Anche se senza portare i piccoli. «Sta un po’ meglio ma certo fisicamente non è a posto - riferisce il legale - ma l’impatto visivo potrebbe essere non dico traumatico, ma insomma...».
Game chiede di incontrare i suoi figli. E intanto prega. Chiede perdono al suo Dio. Non si sa se è per quel che ha fatto, perché voleva uccidere. O perché voleva uccidere e non ci è riuscito.